DALLA RIFORMA DELLA CHIESA ALLA NASCITA DEL CAPITALISMO


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                                                                                                       Rivolta contadina nel Baden

CALVINO E L’USURA

Nell’opera di Calvino è chiarissima l’interrelazione tra capitalismo e protestantesimo, molto più che nell’opera di Lutero, il quale si limitò a porre le basi per un primato del singolo sulla chiesa: il singolo che vuol stare in un rapporto “assoluto”, “immediato” col proprio Dio. D’altra parte non sarebbe stato possibile un “Calvino” senza Lutero.

Quando si afferma che Calvino, rispetto a Lutero, ebbe preoccupazioni più “sociali”, cioè di organizzazione della comunità civile, spesso si dimentica di precisare che Calvino volle essere il legislatore di una società tendente al capitalismo, mentre Lutero si limitava a considerare l’attività commerciale della borghesia come un aspetto della società feudale (cui bisognava dare più spazio, ma sempre entro i limiti del feudalesimo).

La superiorità di Calvino, nei confronti di Lutero, va vista esclusivamente dalla prospettiva degli interessi economici della società borghese. Al di là di questo, Calvino resta un discepolo incapace di raggiungere le altezze del maestro Lutero.

La superiorità del Calvino borghese è ben visibile laddove egli parla del prestito ad interesse. Si tratta appunto di una superiorità in relazione alla natura del profitto capitalistico, anche se, proprio per questa ragione, si tratta di una “inferiorità” rispetto al progetto iniziale della Riforma luterana d’infrangere il muro della tarda Scolastica, tornando, per così dire, allo spirito del cristianesimo primitivo. Per quanto -è bene ribadirlo- Calvino resti, in ultima istanza, il prodotto inevitabile del luteranesimo nella società borghese.

Infatti il luteranesimo non rappresentò un’alternativa vera e propria alle contraddizioni antagonistiche del mondo feudale in dissoluzione, ma solo l’illusione di poter conciliare quelle contraddizioni nell’interiorità della coscienza religiosa (più o meno angosciata), salvo poi reprimere con la forza le insurrezioni di quelle masse popolari che volevano realizzare una liberazione anche nell’esperienza esteriore (sociale, economica, politica e culturale). In Germania il luteranesimo porterà alla filosofia idealistica, cioè al primato del pensiero non solo sulla vita sociale, ma anche su un particolare tipo di esperienza: quella della fede religiosa.

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L’idealismo di Lutero, insostenibile, come tale, sotto il capitalismo, lo si nota, a proposito del tema dell’usura, laddove egli ammette il prestito a interesse solo da parte di chi, essendo incapace di far fruttare il proprio denaro, rischierebbe di finire in povertà. Lutero, in sostanza, era disposto ad ammettere una pratica borghese solo in una situazione proletaria! Era questa l’unica eccezione che ammetteva nel campo dell’usura.

Cioè da un lato egli chiedeva “amicizia e aiuto spontaneo”, dall’altro, rendendosi conto dell’utopia di tale richiesta, permetteva al povero (o a chi rischiava di diventarlo) di comportarsi come lo stesso borghese avrebbe voluto fare. Risultato di tutto ciò? Siccome diventava difficile stabilire un confine sicuro tra vera e falsa povertà (o rischio alla povertà), Lutero aveva bisogno dell’appoggio di un governo politico molto forte per tenere sotto controllo una classe, quella borghese, che rischiava di mandare in rovina, coi suoi traffici, tutte le classi feudali. In tal modo però i contadini (specie quelli poveri) venivano sfruttati due volte: dai nobili, anzitutto, nelle campagne, e dalla borghesia, nella vita di città.

Melantone e Bucero, prima di Calvino, avevano cercato di uscire da queste incongruenze dettate da una coscienza religiosa che in teoria non voleva essere “medievale” e che in pratica non riusciva ancora ad essere “borghese”. Melantone rese lecito l’interesse sul credito a motivo dei danni cui il creditore andava incontro nel caso di grossi prestiti effettuati per periodi troppo lunghi. Bucero riteneva che un interesse del 5% non recasse alcun danno al debitore. Sia l’uno che l’altro naturalmente stavano dalla parte della borghesia e cercavano di arrampicarsi sugli specchi per dimostrare la legittimità dell’usura. Melantone voleva far credere che esistevano borghesi disposti a fare grossi prestiti a tempo indeterminato. Bucero addirittura che un debitore costretto a versare un’aliquota minima d’interesse fosse meglio indotto a impegnarsi per risarcire il prestito.

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Ma chi ha veramente posto le basi ideologiche per superare definitivamente l’interdizione canonica del prestito a interesse, prescritto sin dal Concilio di Nicea del 775, è stato Calvino.

Egli parte -come si è soliti fare quando si vuole compiere una riforma che giustifichi il “peggio” (anche se per l’autore della riforma questo “peggio” appariva come un fenomeno “naturale” o “inevitabile”)- dalla constatazione di un aspetto negativo: il divieto ecclesiastico dell’usura non ha mai impedito le ingiustizie socio-economiche. Non solo, ma quel divieto, di fatto, non è mai stato rispettato -diceva Calvino (e in questo non si poteva certo dargli torto)- neppure dalle autorità civili e religiose. Calvino infatti ricorda che la protezione dei vescovi, al pari dell’appoggio interessato del Duca di Savoia, avevano permesso, da secoli, a Ginevra la pratica del prestito a interesse. (Nel sec. XVI Ginevra era diventata un centro commerciale europeo di primaria importanza, dove la nuova classe mercantile e imprenditoriale aveva scalzato, economicamente, la piccola nobiltà e la corte del vescovo-conte).

La seconda osservazione che Calvino fa è la seguente: se la società borghese sta diventando dominante, il cristianesimo deve tener conto di questa nuova realtà, e se fra le attività della società borghese vi è quella del prestito a interesse, il cristianesimo, se non vuole autoemarginarsi, cioè se vuole impostare con l’emergente borghesia un nuovo dialogo, deve necessariamente porsi il problema di come giustificare una prassi che vuole diventare “legge” a tutti i livelli.

D’altra parte -diceva Calvino- “è una bestemmia contro Dio disapprovare la ricchezza”: “la variabile mescolanza di ricchi e poveri” è determinata dalla provvidenza. Il cielo è aperto “a tutti coloro che hanno usato della loro ricchezza correttamente o che hanno sopportato la povertà con pazienza”. E ancora: “l’ordine politico esige che ciascuno conservi ciò che è suo”; il comunismo -mai praticato dalla chiesa apostolica- trasforma “il mondo intero in una foresta di briganti in cui, senza contare e senza pagare, ciascuno piglia per sé ciò che può afferrare”.

Calvino prende dunque in esame la Bibbia, perché allora l’ideologia dominante era quella cristiana, e, per quanto riguarda il Vecchio Testamento, dice:
1) l’interdizione dell’usura era vietata presso la comunità ebraica, ma non nel rapporto degli ebrei coi pagani (cfr Es 22,25; Lv 25,35ss. e soprattutto Dt 23, 19s.);
2) gli ebrei erano costretti all’usura nei confronti dei pagani, perché questi la praticavano normalmente;
3) il divieto dell’usura non ha valore di “legge spirituale a carattere universale”, in seno alla comunità ebraica, altrimenti non si sarebbero ammesse eccezioni, neppure nei confronti dei pagani. Si trattò dunque di una legge “gius-politica”, avente un carattere storico limitato, non estensibile a realtà socio-economiche del tutto differenti.

Nel Nuovo Testamento -dice Calvino- Cristo non si propone di regolare il prestito a interesse; egli non è contrario, in via di principio, a tale pratica (lo dimostra la “parabola dei talenti”), ma solo al fatto che in essa debba essere il povero a rimetterci. Cristo si limita a predicare l’amore universale e non impone delle leggi particolarmente severe ai suoi seguaci. Il comandamento evangelico “prestate senza sperare di ricevere”(Lc 6,35) non impedisce di esigere un interesse, poiché il suo scopo è soltanto quello di stimolare la spontaneità nel dare. Il consiglio che Cristo diede al giovane ricco: “Vendi tutto ciò che hai”(Mc 10,21), non andava certo interpretato alla lettera.

Calvino, in pratica, fa questo ragionamento (peraltro abbastanza curioso, ma del tutto comprensibile in chiave “borghese”): nel mondo ebraico l’interesse era vietato solo fra ebrei, ma il cristianesimo, ammettendo dei princìpi universali, è superiore all’ebraismo, quindi l’interesse può essere ammesso!

Egli naturalmente conosceva bene l’esegesi medievale del divieto deuteronomico, secondo cui Mosé aveva concesso agli ebrei il privilegio di praticare l’usura nel rapporto coi pagani, perché temeva che, non concedendolo, gli ebrei l’avrebbero praticata fra loro. Ma, mentre i teologi e canonisti medievali (a parte qualche autorevole eccezione) ne traevano la conclusione che, in virtù del cristianesimo, l’usura andava considerata illecita sempre e comunque (anche nei confronti dei non-cristiani); Calvino, proprio per la medesima ragione, mirava a giustificarla sempre e comunque, cioè anche all’interno della comunità cristiana. Egli cioè era convinto che la legge cristiana dell’amore avrebbe saputo impedire, in questo campo, ogni abuso; anche perché la vita comunitaria dei fedeli -secondo Calvino- andava in sostanza paragonata al commercio dei mercanti. Come infatti il denaro serve per mettere in comunicazione reciproca persone diverse, così vanno utilizzate le virtù del cristiano: “l’abilità con cui ciascuno esegue il dovere che gli è imposto e segue la sua vocazione, la capacità di fare ciò che è giusto, ecc.”.

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Il suo sofisma di partenza si basava su una distinzione che già nel Basso Medioevo alcuni teologi avevano fatto tra “usura” e “interesse”. “Nella nostra lingua francese, il vocabolo “usura” è abbastanza in odio, ma gli interessi sono in voga senza difficoltà né scrupolo” (dice nel Commento sui cinque libri di Mosè). In pratica Calvino si era appropriato, svolgendole in maniera coerentemente borghese, di quelle considerazioni francescane che avevano portato alla nascita dei Monti di pietà. Istituzione, questa, che, nata in alternativa al fallimento della charitas nell’ambito della comunità cristiana, fu molto contestata da domenicani e agostiniani, perché con essa si chiedeva un “interesse” ai soggetti “bisognosi” di aiuto finanziario. I francescani replicavano che si trattava soltanto di una forma di risarcimento delle spese di gestione.

Ma l’apporto specifico di Calvino è stato un altro. Egli fu il primo ad accettare l’idea (feticistica) che il denaro andava considerato come merce universale, dotata di vita propria, in grado di produrre altro denaro.

Dopo aver costatato, amaramente, che il principio medievale della carità cristiana era venuto meno, Calvino pensò che era rimasto solo un modo per convincere il borghese a diventare “cristiano”, pur restando “borghese”: quello di assicurargli un interesse sui suoi crediti.

E’ stato così che il denaro è diventato più importante della proprietà della “terra”. Col denaro infatti si potevano acquistare nei mercati urbani delle merci che con la terra non si potevano acquistare e che nella vita rurale non si sarebbero potute produrre. Il denaro è diventato tanto più “merce universale” quanto più sul mercato s’imponevano all’attenzione dei consumatori dei prodotti effimeri, non indispensabili alla sopravvivenza della classe lavorativa per eccellenza, quella contadina.

Il vero sofisma di Calvino, quello assolutamente inedito, sta nell’aver distinto tra il profitto di soccorso o di consumo, destinato al povero o all’acquisto di beni di consumo, per il quale non è previsto alcun interesse, essendo esso improduttivo; e il prestito di produzione o d’investimento, non previsto dalla Bibbia, perché è un credito commerciale o d’impresa. Chi riceve del denaro in prestito e lo investe, deve pagare un giusto interesse. Il ragionamento, dal punto di vista borghese, è -come si può notare- perfettamente logico, ma appunto perché si era voluti assolutamente uscire da un’economia di autosussistenza, fondata sul valore d’uso, ovvero perché, nel democratizzare la vita rurale, abolendo il servaggio, si era preferito concedere ampia autonomia allo “spirito capitalistico” delle manifatture e dei commerci privati.

* * *

Naturalmente Calvino si rendeva conto che, potendo scegliere fra il concedere prestiti a un povero incapace di metterli a frutto, e il concedere gli stessi crediti a uno intenzionato a lavorare sodo, il borghese avrebbe sempre scelto la seconda alternativa. Egli dunque doveva escogitare un sistema per impedire che qualcuno potesse rivolgergli la seguente obiezione: chi potrebbe prestare senza interesse per soccorrere altri e non lo fa, col pretesto che col suo denaro può acquistare dei vantaggi con un buon investimento, è come se fosse un usuraio. I problemi di coscienza -come si può notare- avevano ancora un certo peso agli albori del capitalismo.

Sapendo questo, Calvino si preoccupò di elencare una serie di restrizioni sul prestito a interesse (si preoccupò naturalmente solo di questo e non anche di come risolvere il problema della povertà):
1) nessuno può far di professione l’usuraio;
2) è vietato chiedere un interesse al povero;
2) il creditore non può pensare solo ai propri interessi;
4) l’interesse dev’essere equo, benché sia impossibile stabilire una regola oggettiva in base alla quale fissare un tasso uniforme;
5) l’interesse va chiesto solo se chi lo riceve ha ottenuto, dopo aver impegnato il prestito in un’attività produttiva, un guadagno superiore alle spese sostenute;
6) l’interesse dev’essere pubblico, perché bisogna controllare che non aumenti, in virtù di esso, il costo della vita. Occorre quindi un controllo statale.

Tutte queste restrizioni sembrano volerci far capire che Calvino si assoggettò malvolentieri all’idea di dover concedere ampio spazio ai prestiti con interesse. In realtà egli lo fece con la convinzione ch’essi erano non solo legittimi ma anche indispensabili alla vita economica borghese. “E’ chiarissimo -egli afferma- che agli antichi era proibita l’usura, ma dobbiamo riconoscere che ciò faceva parte della loro costituzione politica. Ne consegue che oggi l’usura non è illegale, purché non contravvenga all’equità a alla fraternità”.

In questo senso la sua opera segna una svolta epocale, un punto di non ritorno. L’usura non è più proibita come principio ma solo post-factum, cioè quando l’interesse richiesto diventa eccessivo. L’interesse prima proibito come principio ma tollerato in diversi casi particolari (uno era appunto quello dei Monti di pietà), ora diventa lecito come principio, nell’illusione che lo si possa proibire ogni volta che sembri contrario all’equità

Fonte: http://www.homolaicus.com

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