IL PENSIERO NARRATIVO…La Realtà come costruzione sociale….


CHE COSA E’ IL PENSIERO NARRATIVO

Il pensiero narrativo si fonda sulla costruzione di storie.

Non è facile dire in che cosa una storia consista. Forse la difficoltà principale risiede nel fatto che il concetto di narrazione travalica i confini del pensiero e del linguaggio e giunge a sovrapporsi alla vita stessa.

Secondo Barthes (1977), la narrazione è presente “nel mito, la leggenda, la fiaba, il racconto, la novella, l’epica, la storia la tragedia, il dramma, la commedia, il mimo, la pittura, nei mosaici, nel cinema, nei fumetti, nelle notizie, nella conversazione, in tutti i luoghi e in tutte le società. Indipendentemente da una suddivisione in buona o cattiva letteratura, la narrazione è internazionale, transtorica, transculturale: essa è semplicemente lì, come la vita stessa” (Barthes R., 1977).

Il pensiero narrativo viene impiegato prevalentemente nell’ambito del discorso e del ragionamento quotidiano e trova il suo campo naturale di applicazione nel mondo sociale. Ciò è dovuto al fatto che esso cerca di dare un’interpretazione ai fatti umani creando una storia basata sull’intenzionalità degli attori e sulla sensibilità al contesto. Il contesto è costituito dalla situazione relazionale nella quale nascono o alla quale devono essere adattate le storie per essere rese credibili.La storia costituisce quindi un modello interpretativo delle azioni sociali umane e non è un processo arbitrario: deve essere rispettata una forma di coerenza.Linguisticamente il pensiero narrativo è sintagmatico, nel senso che l’asse del suo linguaggio è orizzontale e riguarda tutte le possibili opzioni sintattiche per concatenare le parole o le frasi tra loro. Al contrario, l’asse paradigmatico del linguaggio taglia attraverso la catena del discorso e richiama alla mente tutti gli altri membri del paradigma che potevano essere usati in un particolare punto della catena.Il pensiero narrativo è inoltre ideografico, nel senso che ricerca le leggi relative al caso singolo. Nel cercare la logica delle azioni umane, esso si muove al livello della intensionalità dei significati, cercando di ricostruire la ricchezza del caso singolo secondo un quadro unitario.Il termine intensionale indica, infatti, il particolare e preciso contenuto, la proprietà o la qualità individuale, la connotazione di un termine, di un predicato o di un enunciato. E si contrappone ad estensionale, termine che invece indica la classe di tutti gli oggetti che sono denotati con lo stesso segno, cioè con la stessa parola; per cui un insieme viene definito per estensione quando si enumerano esplicitamente tutti gli elementi che appartengono a tale insieme.

CARATTERISTICHE DELLA NARRAZIONE

Lo psicologo e pedagogista J. S. Bruner ha cercato di elaborare una sintesi delle proprietà principali delle narrazioni (Bruner J., 1986).Secondo questo autore tali proprietà sono:

a) Sequenzialità: nella narrazione gli eventi sono disposti in un processo temporale e hanno una durata che non è solo anticipativa, ma anche retroattiva. Il movimento temporale può comportare delle soste, come dei salti improvvisi in avanti o in dietro. Tutto questo implica comunque una durata temporale, e gli eventi non potrebbero essere descritti se non in questa dimensione.

b) Particolarità e concretezza: la narrazione tratta essenzialmente di avvenimenti e di questioni specifiche riguardanti le persone. Sono le persone a fungere da soggetti della trama narrativa, anche se esse sono inserite in famiglie o in gruppi sociali. In certi casi i soggetti sono rappresentati da animali, ma, come le favole di Fedro ci insegnano, le esperienze di questi animali sono metafore di quelle dell’uomo.

c) Intenzionalità: questa caratteristica è connessa alla precedente e si riferisce al fatto che la narrazione riguarda eventi umani. I soggetti principali di questi eventi, le persone, compiono delle azioni, sono mossi da scopi e da ideali, possiedono delle opinioni, provano stati d’animo: insomma, nella narrazione essi vengono presi in esame nella loro caratteristica di possedere stati mentali.

d) Opacità referenziale: questo concetto indica che la rappresentazione ha valore, non in quanto si riferisce ad un evento o ad un oggetto definito e concretamente esistente, ma in quanto rappresentazione. Anche se la narrazione parla di persone specifiche, non è tanto in questione il problema della loro esistenza, quanto quello del loro essere “personaggi”, ed esse devono essere lette in quanto tali.Pertanto, in una narrazione non si può parlare in termini di verità o falsità, di realismo o di immaginario, ma solo di verosimiglianza. Questa risulta determinata non dalla sua referenzialità, ma dalla coerenza del racconto.Non si può tuttavia dire che il pensiero narrativo non contenga un asse referenziale, ma solo che questo asse dipende da una presupposizione.Questo è quanto Umberto Eco (1994) ha recentemente sostenuto nel corso delle lezioni tenute presso l’Università di Harvard: la regola fondamentale per affrontare un testo narrativo è che il lettore accetti, tacitamente, un patto finzionale con l’autore, quello che Samuel Taylor Coleridge chiamava la “sospensione dell’incredulità”. E’ come se il narratore dicesse: “ammettete che questo mondo immaginario che io vi presento sia reale, ed accettate per buone le cose che vi racconto”.

e) Componibilità ermeneutica: gli eventi che compongono una storia possono essere compresi unicamente in rapporto al più generale contesto che li contiene. L’interdipendenza parte-tutto determina una circolarità che rende inadeguato qualsiasi strumento di analisi unicamente basato sulla causalità logica. Questa circolarità non è solo attinente al testo della storia ma anche al suo contesto.

La narrazione è sempre prodotta a partire da un determinato punto di vista del narrante ed è recepita in base al punto di vista dell’ascoltatore.

f) Violazione della canonicità: nella narrazione c’è una fase di processualità “normale” nella quale le cose si svolgono secondo le attese. E’ questa la dimensione canonica della narrazione. Ad un certo punto compare una rottura in questa normalità, avviene un imprevisto, un “evento precipitante” che crea una situazione di squilibrio facendo così deviare il corso delle azioni. La narrazione, quindi, affronta contemporaneamente la canonicità e l’eccezionalità.

g) Composizione pentadica: una narrazione ben formata è composta da cinque elementi: attore, azione, scopo, scena, strumento (Burke, 1945). Fino a che questi elementi sono in equilibrio tra loro, la narrazione procede in modo canonico.

All’interno di una determinata scena l’attore compie delle azioni per raggiungere uno scopo servendosi di mezzi appropriati. Tuttavia qualcosa può frapporsi in questo percorso: il comportamento dell’attore diviene incomprensibile, lo strumento può non essere adeguato, lo scopo risulta fuori dalla portata, ostacoli di altra natura intervengono a determinare una situazione critica, ad imporre un cambiamento di rotta.

La composizione pentadica riguarda dunque non solo i cinque elementi che la compongono, ma anche la loro organizzazione.

h) Incertezza: la narrazione si svolge secondo un livello di realtà incerto. Il linguaggio è metaforico e “congiuntivo”. Esso esprime la possibilità: non tanto ciò che si verifica, quanto ciò che potrebbe o dovrebbe accadere, ed in questo si distingue da una mera esposizione di fatti (Ricoeur, 1983).Un buon racconto è caratterizzato da una certa dose di incertezza, è aperto a varianti di lettura, soggetto alle divagazioni degli stati intenzionali, in qualche modo indeterminato. Questa indeterminatezza rende più facile identificarsi con gli attori ed entrare dentro la trama narrativa.Svolgendosi su un piano a metà strada tra realtà e immaginazione, gli interlocutori possono contrarre i significati da attribuire alla narrazione.

i) Appartenenza ad un genere: sebbene particolare e concreta, la narrazione può essere inserita in un suo genere o tipo.Come in campo letterario ci sono diversi tipi di racconto, ad esempio la tragedia, la farsa, la commedia, così è possibile richiamarsi a generi analoghi per le narrazioni che costruiamo nella vita quotidiana.Quando parliamo del genere dobbiamo intendere due dimensioni. Una dimensione riguarda la fabula: essa può essere costituita, ad esempio, dal tema del “figlio ingrato che non soccorre i genitori malati” o “dall’amore impossibile di due giovani ostacolato dalla famiglia”. L’altra dimensione riguarda lo sjuzhet, cioè il modo di raccontare. Uno stesso intreccio può essere narrato in modi diversi, utilizzando ad esempio la modalità avventurosa dell’azione o quella più intima del romanzo interiore (Smorti, 1994).La distinzione tra fabula e sjuzet ossia tra fabula e intreccio è stata proposta dai formalisti russi:

la fabula è lo schema fondamentale della narrazione, la logica delle azioni, la sintassi dei personaggi, e il corso degli eventi ordinati temporalmente. Può anche non essere una sequenza di azioni umane e può concernere una serie di eventi che riguardano oggetti inanimati o idee (Eco, 1979).

Lo sjuzet è la storia come di fatto viene raccontata, come appare in superficie, con le sue dislocazioni temporali, salti in avanti e in dietro, riflessioni parentetiche. In un testo narrativo lo sjuzet o intreccio si identifica con le strutture discorsive.

L’intreccio può mancare, ma fabula e discorso no.Fabula e intreccio non sono una questione di linguaggio. Sono strutture quasi sempre traducibili anche in un altro sistema semiotico.

LE PROCEDURE NARRATIVE DEL PENSIERO

Nella nostra cultura diamo per scontato che un individuo si comporti secondo determinati copioni, che le sue azioni siano coerenti in rapporto alla situazione in cui si trova, che nella comunicazione cerchi di essere breve, rilevante e veritiero, che rispetti certe regole prestabilite circa l’alternanza dei turni nella conversazione e così via.Quando si imbatte in una eccezione che viola l’ordinario, se ha necessità di spiegarla, la persona inventa delle storie.Queste storie assegnano un significato all’evento eccezionale e cercano di dare un senso coerente alla realtà (Mancuso, 1986).I procedimenti narrativi, intesi come attribuzione di senso, vengono dunque messi in atto a partire da un problema. Tale problema consiste in un evento incongruente rispetto alla situazione, così come essa viene percepita dal narratore.In alcuni casi una più attenta analisi della situazione è sufficiente a produrre coerenza, ma in altri il contesto deve essere ampliato includendovi anche elementi che vadano oltre il dato immediatamente contingente.Ciò può avvenire secondo diversi tipi di procedimento ognuno dei quali può essere usato da solo o in interazione con gli altri: ricerca degli antecedenti, ragionamento analogico, logica quasi paradigmatica, articolazione tra azione ed intenzione, tropi, validazione.

RICERCA DEGLI ANTECEDENTI

Con la ricerca degli antecedenti si costruisce una sequenza storico-causale che sia capace di rendere conto dell’incongruenza.Indagare “che cosa c’era prima” costituisce un modo per trovare una ragione e quindi una spiegazione. Questo processo di ricerca avviene grazie all’accumulazione narrativa (Bruner J., 1990). Con questo concetto si vuole indicare il fatto che le diverse narrative si accumulano formando una specie di storiografia personale che la persona compila nel corso della propria vita. Questa storiografia comprende sia le nozioni storiche in senso lato (quelle che si desumono dai testi, dai giornali e dalla televisione), che le esperienze personali codificate come cronache (“ieri ho fatto questo e quest’altro”) o come romanzo storico (“quando ero piccolo giocavo con i soldatini, sognavo di diventare eroe dei fumetti eccetera.”). Questo patrimonio storiografico che integra la storia personale e quella della collettività viene impiegato per ricercare gli antecedenti.L’accumulazione narrativa non è disposta in modo lineare ed uniforme e la ricerca degli antecedenti si svolge in base alla formulazione di ipotesi circa la correlazione tra fatti che appaiono rilevanti per comprendere la situazione presente.

In alcuni casi la ricerca degli antecedenti può orientarsi più nella scoperta delle ragioni che nell’individuazione delle cause. E’ questo il caso del ragionamento analogico.

RAGIONAMENTO ANALOGICO

Si assiste oggi ad una sostanziale rivalutazione del ragionamento analogico come forma di pensiero quotidiano in grado di descrivere il modo in cui le persone prendono delle decisioni, esprimono dei giudizi, compiono delle inferenze sugli avvenimenti.Il giudizio di inferenza è un procedimento che consente, a partire da certe premesse e attraverso certe regole, di arrivare a determinate conclusioni.L’impiego del ragionamento analogico è uno dei principali procedimenti di cui si serve il pensiero narrativo per comprendere i fatti sociali. Infatti nell’uso del ragionamento analogico applicato ai fatti sociali, il soggetto cerca nella passata esperienza legami tra avvenimenti che possano servire come modello-guida per costruire un legame tra gli eventi presenti.Dunque, quando un comportamento è incongruente rispetto alla situazione si cerca di attribuire un nuovo significato al rapporto comportamento-situazione in modo da renderlo coerente (Barker, 1978). Risolvere questo problema tramite il ragionamento analogico significa trovare nel passato una coppia situazione-comportamento simile per qualche aspetto alla coppia presente e nella quale il legame causale sia chiaro e plausibile.Un caso specifico di ragionamento analogico è quello in cui si impiega un prototipo. Con questa procedura viene scelto un evento della passata esperienza che serve come punto di riferimento per un’intera classe di eventi.Il prototipo può essere definito come un elemento di una classe che meglio di altri la rappresenta, vale a dire che esprime le caratteristiche tipiche di quella classe.Nella vita di una persona ci sono molte esperienze prototipiche .Il momento in cui il figlio ottiene dal padre le chiavi della macchina per poter uscire da solo può divenire il prototipo di tutte le esperienze di autonomia.

LOGICA QUASI PARADIGMATICA

Quando non vengono trovate analogie o prototipi capaci di spiegare l’evento incongruente, il pensiero narrativo può fare ricorso a presupposizioni dotate di una maggiore astrattezza. Ciò significa che usa, in modo narrativo, processi di tipo logico.

Anche il ricorso a copioni è un procedimento utilizzato dal pensiero narrativo. Per esempio, il fatto che Mario sia vestito elegantemente, e che io sappia che egli si veste con giacca e cravatta quando deve andare a qualche incontro galante, costituisce un copione che mi permette di ipotizzare ciò che egli sta per fare.Quanto più un copione assume un significato di legge generale di condotta, tanto più il ragionamento analogico assomiglia a quello deduttivo.Un procedimento molto simile a quello descritto a proposito dei copioni è il ricorso al genere. Esso infatti fa parte di quelle strategie che impiegano strutture di livello superiore all’evento da spiegare. La conoscenza dei generi, sia come fabula che come sjuzhet, permette al soggetto di avere uno strumento interpretativo per la comprensione degli eventi sociali. Se egli individua nel comportamento di una persona una storia includibile in un genere è in grado anche di fare delle ipotesi sullo sviluppo di quella storia.

 ARTICOLAZIONE TRA AZIONE E INTENZIONE

Nelle storie c’è un livello delle azioni ed un livello delle intenzioni. Le azioni hanno un’organizzazione causale e ben definita: esse accadono oppure no. In certi casi, tuttavia, le azioni sono connesse tra di loro in modo incongruente, tale da non permettere un’analisi causale. Diviene allora necessario passare dal livello più oggettivo delle azioni a quello più soggettivo delle intenzioni. Con questo livello il soggetto analizza quale possa essere la percezione che un determinato attore sociale ha di una situazione. Egli deve prendere in esame il problema della coscienza e dell’intenzionalità. Nel fare ciò impegna una propria teoria della mente.Se narrare significa anche raccontare le intenzioni dei protagonisti, le loro idee ed emozioni, questo implica che il narratore disponga di una qualche forma di rappresentazione sulla mente dei personaggi del racconto. Attraverso questo strumento concettuale egli può costruire e arricchire le proprie narrazioni in modo da articolare il livello delle azioni con quello delle intenzioni elaborando sia rappresentazioni che metarappresentazioni sulla vita dei personaggi (Astington, 1990).In tal modo egli può assumere non un punto di vista valutativo circa la verità o meno del contenuto intenzionale, ma un punto di vista metarappresentativo: questo è quanto pensa l’attore, indipendentemente dal fatto che ciò sia vero o meno.Questa analisi dei rapporti tra intenzioni e azione dipende dalle procedure che vengono impiegate dalla teoria della mente posseduta dal soggetto. Le sue conoscenze sono legate ad un bagaglio di esperienze non necessariamente organizzato in modo sistematico.Ci possono essere ricordi episodici, modelli operativi, competenze empatiche che permettono di facilitare l’inferenza degli stati d’animo degli altri, ci può essere l’abilità nel decodificare la mimica facciale come anche la possibilità di costruire delle vere e proprie regole più generali a cui rifarsi come criterio per comprendere gli stati mentali.

I TROPI: METAFORA E METONIMIA

L’uso della retorica, delle espressioni figurate o tropi, costituisce un ulteriore strumento di cui il pensiero narrativo si avvale per costruire le narrazioni e per fare in modo che queste risultino persuasive.I diversi artifici stilistici possono essere usati per accrescere il valore estetico di un racconto o per esprimere particolari immagini o esperienze che sarebbero difficilmente descrivibili attraverso un linguaggio puramente denotativo.Due tropi hanno una particolare rilevanza per il problema che stiamo analizzando, perché consentono un cambiamento dell’originario senso della parola o dell’espressione linguistica.       Si tratta della metafora e della metonimia.Metafora e metonimia scaturiscono dal fatto che il linguaggio è organizzato secondo due direttrici semantiche: una direzione fondata sulla selezione e sostituzione per somiglianza di certe entità linguistiche (segni, parole, sensi) ed una direttrice basata sulla loro combinazione in unità maggiormente complesse (Jakobson, 1963).

Nella metafora e nella metonimia sostituzione e combinazione avvengono a livello di sensi e non di segni o di parole: per la metafora c’è alla base un processo di selezione e sostituzione di sensi secondo l’asse della similarità; per la metonimia c’è una combinazione, giustapposizione e coordinazione di sensi secondo l’asse della contiguità.La metafora non va confusa con la similitudine infatti, mentre la similitudine crea una rassomiglianza, la metafora sembra stabilire un’identità o un’inclusione. Essa permette l’immissione di significati personali (che necessitano di una condivisione contestuale tra i parlanti) nella comunicazione, e per ciò stesso crea un margine di ambiguità interpretativa.E’ evidente come l’uso della metafora sia importante per lo svolgersi del pensiero narrativo, che si muove su un piano di incertezza ed ambiguità, di concretezza e specificità, di opacità referenziale, che sottolinea l’intensionalità dei significati a scapito della loro estensionalità. Ma oltre a ciò essa è di aiuto ai processi analogici, in quanto può essere considerata come una forma condensata di ragionamento analogico.La metonimia permette una trasformazione del senso lungo l’asse della contiguità o, per meglio dire, della non similarità. Infatti la metonimia comprende la modificazione di tipi diversi di rapporti tra le parole. Questo risulta evidente considerando l’etimologia delle parole. Ad esempio nella parola “Messa” sono coinvolti i rapporti temporali. In “Ite, missa est contio”, missa ha assunto metonimicamente il significato dell’intera funzione religiosa. In questi casi la modificazione dell’asse della contiguità consiste nell’assumere una parte per il tutto.Si nota come la metonimia appaia una figura retorica che sembra, al pari della metafora, riportare il livello del linguaggio su un piano prelogico, in quanto viene violato il rapporto tra le parti ed il tutto.La metonimia costituisce uno strumento importante di cui il pensiero narrativo si serve per tradurre l’astratto nel concreto e per accrescere il valore evocativo e il carattere personale del discorso. Inoltre, mentre l’asse della metafora tende verso la sostituzione di uno stimolo con un altro, l’asse della metonimia tende verso il suo completamento.Se la metafora consente di modificare l’asse paradigmatico del discorso, inserendo forme analogiche concrete e sintetiche, la metonimia modifica l’asse sintagmatico, modificando il rapporto tra le parti ed il tutto.

VALIDAZIONE

Il pensiero narrativo ha le sue procedure di validazione. Esso produce delle storie che sono originate dal modo di costruire la realtà sociale e che devono essere messe alla prova nella stessa realtà sociale. Queste procedure si basano sulla nozione di persuadibilità.

La storia deve persuadere chi la costruisce e chi l’ascolta. Ciò significa che una storia deve apparire verosimigliante in due sensi: deve possedere una sua coerenza interna tale da riuscire convincente per il narratore e deve essere credibile per l’uditorio. Se una storia non viene creduta deve essere corretta.E’ importante distinguere due modi di verifica delle storie, quello predittivo e quello postdittivo.Nella predizione le storie possono essere verificate tramite il normale processo di ipotesi e test della realtà.Nella spiegazione postdittiva, al contrario, le storie non possono essere testate attraverso una prova di realtà perché gli eventi da verificare non possono essere replicati in condizioni controllate.

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