Bazaar alcuni suoi commenti su Orizzonte48.blogspot.it


1)A me pare che manchi la Stalingrado eurasiana.

Il regime totalitario liberale ha creato molti più danni culturali di quello fascista e nazista.

L’uomo nuovo liberale è il mostro in pantofole che abbiamo per vicino di casa. Che è poi quello che rappresenta l’Italia in Parlamento.

L’uomo nuovo liberale – essendo sgrammaticato indipendentemente dal livello di responsabilità e potere affidatogli – non è più in grado di gestire la complessa civiltà organizzata dai Padri.

Poiché tutte le relazioni sono mediate tecnologicamente, il tessuto sociale stesso viene virtualmente atomizzato: l’Uomo non è più un centro di rapporti sociali. È l’IPhone.

I monopoli hanno creato una Grande Società in cui gli schiavi non possono tecnicamente sapere di esserlo: come aveva ragione Hayek!…

Eseguiamo pedissequamente ciò che desidera chi controlla l’economia: se non ci sta bene si può far downshifting.

C’è un fatto strutturale che rende questo frattale molto diverso: il sistema monetario internazionale.

L’anti-democrazia liberale degli Stati Uniti – come sappiamo bene – è stata progettata per lasciare il potere in mano agli oligarchi.

È dal ’71 che ogni volta che compriamo un barile di petrolio finanziamo le guerre imperialiste USA: USA che si devono solo preoccupare di non avere una riedizione del patto Ribbentrop-Molotov.

È ovvio quello che sta succedendo: l’impero USA deve essere il braccio armato che trasformi l’attuale assetto sociale in uno nuovo, da blindare in caste.

Il signoraggio del dollaro non può più strutturalmente continuare: tutte le riforme liberali sono state fatte con la scusa di tenere in piedi la baracca finanziaria intascando valore reale e tirando pacchi nel resto del mondo. Sono rimasti solo i pacchi: quando non hai ancora capito chi è il pollo ad un tavolo da gioco, è evidente che il pollo sei tu.

(Come gli imbecilli che hanno gestito gli istituti di credito italici)

Considerando il problema della lira in Italia, dell’euro in Europa, mi chiedo quali potrebbero essere le conseguenze di una moneta unica mondiale.

Alberto ha sdoganato l’idea che solo “la destra” (nel senso di un governo autoritario ma sovranista) ci potrà far uscire da questo processo di polarizzazione del potere: be’, lo condivido.

Lo condivido soprattutto perché è la stessa conclusione a cui sono giunti – a livello globale – gli analisti russi vent’anni fa dopo che si sono accorti di cosa è la “democrazia” che porterebbe il liberalismo atlantico (di cui UE e il suo doberman sono dirette espressioni).

La Russia non si è mai potuta permettere un governo non autoritario per un semplice fatto: è una potenza di terra, con un confine sterminato per cui vive da secoli in stato di guerra permanente.

Questo non è la situazione delle forze atlantiche, protette da “maniche” ed oceani.

La conclusione è stata a quanto pare condivisa dal presidente russo, generalmente ritenuto filo-occidentale: tutte le forze anti-liberali devono coalizzarsi verso il nemico comune, assoluto.

I russi hanno “astoricizzato” il conservatorismo nazionalista sovrastrutturato al nazifascismo e revisionato il marxismo a livello strutturale.

L’ideologia che si va così a contrapporre alla mondializzazione unipolare, avrà i contenuti socialisti e statalisti del marxismo storico, misti all’etnocentrismo, al conservatorismo e al tradizionalismo. Il nazional-bolscevismo.

(Esattamente il contrario dell’ordoliberismo: verbosa retorica socialista – economia sociale di mercato – come sovrastruttura dei trattati e struttura economica neoliberista, anti-statalista e anti-sociale)

Un rivisitazione di coloro che storicamente sono stati definiti “rosso-bruni”: chissà se il nostro modello costituzionale sopravviverà in tutto questo…

(Purtroppo la Aarendt ha fatto dei danni nel suo celebre lavoro sui totalitarismi: allo stesso modo di Popper

2) Al di là del “totalitarismo liberale” e della figura “dell’uomo in ciabatte” con “l’IPhone in mano” come “uomo nuovo” (che è effettivamente farina del mio sacco), “l’estremismo misticheggiante” – come sai – non è mio ,ma suo… 🙂

Poi penso, dietro “l’irrazionale” ci sta “l’ideologico”, e, sotto l’ideologico, ci sta il razionale con una serie di interessi materiali.

Mi interessava semplicemente provare a dare un contorno tutt’altro che irrazionale ad una dichiarazione molto forte di Alberto: chi si è occupato di mondialismo unipolare a livello scientifico, e ha ritenuto che questo fosse dannoso o distruttivo ai suoi dante causa, ha delineato questo paradigma ideologico.

Poi potrebbe essere che esistano solo macchiette senza arte né parte.

(I vari Orban – come l’attuale Polonia – o Salvini o Le Pen pare abbiano tutti un filo conduttore)

Costoro vedono la radice di tutti i mali nel pensiero unico liberale e nel signoraggio del dollaro; con quest’ultimo si intende l’esorbitante privilegio di avere il dollaro come strumento principale per il regolamento degli scambi internazionali.

Questo comporta che con la semplice “emissione monetaria” gli USA possano importare beni e risorse dall’estero (stampando tre banconote da 10$ possono teoricamente portarsi a casa un barile di petrolio), e, d’altra parte, aumentando “illimitatamente” il proprio deficit verso il resto del mondo (a causa del rifiuto nel ’71 degli USA di garantire la convertibilità del dollaro in oro), sono costretti ad inventarsene una più del diavolo per far rientrare i flussi finanziari con cui inondano il mondo: in pratica poiché si trovano a gestire capitali di cui non sanno cosa farsene perché gli investimenti produttivi sono già stati posti in essere, ci fanno delle cose esoteriche, come i subprime.

In pratica anche se il capitale non può rendere, viene fatto credito lo stesso, magari con buona probabilità che il debitore non sia solvente: ma non è un problema! si impacchetta il tutto in un algoritmo che ne rappresenta il rischio, lo si stampa in un titolo e lo si vende.

Quello che è stato appena venduto è un pacco: intanto ti fai la bella vita, quando scoppia il casino si vedrà. Ma sarai già in un bell’atollo a riposare.

Poiché prima o poi il pacco si trasformerà in un pacco bomba, in circolazione c’è questa idea: «la creazione di una moneta unica globale. Potrebbe essere una nuova moneta, e qualora non fosse possibile, una valuta già dominante potrebbe prestarsi al gioco.

D’altronde come diceva il mitico Paul Volcker: «un’economia globale ha bisogno di una moneta globale».

Non sono così sicuro di aver rimediato… ma ci ho provato 🙂

In pratica, una volta persa la parità con l’oro e mancata la volontà politica di ristabilirla, la globalizzazione finanziaria è diventata l’unica strada percorribile per far star in piedi il sistema e i privilegi che garantiva.

I due shock petroliferi possono essere messi in relazione benissimo con una reazione concertata o meno dei paesi dell’OPEC al Nixon shock.

In pratica l’unico modo di garantire l’asimmetria del sistema monetario internazionale è stato creare un gigantesco schema Ponzi.

Insomma, democrazia e keynesismo non ti piacciano, i tuoi privilegi di finanziere non li vuoi perdere, ma sei consapevole che il liberismo non funziona: devi andare “fino in fondo” e rivoluzionare l’ordine sociale in modo che i privilegi conquistati vengano blindati.

Quindi non ci può essere nessun vero Glass Steagall Act o qualsiasi tipo di repressione finanziaria senza una nuova Bretton Woods.

Alberto fa notare che (in riferimento a quella parte di mondializzazione che si chiama UE) l’opposizione politica (intermedia) a questo processo emerge da una riflessione per cui: «apparirebbe evidente che governi democratici non sono strutturalmente in grado di opporsi alla deriva totalitaria di Bruxelles. Qui l’esempio eclatante è il presidente di uno dei due rami del nostro parlamento, che continuamente anela su Twitter a venir spossessata della sua sovranità. Fatti suoi, se non fosse che esistono seri dubbi che una carica istituzionale possa esprimersi nel senso di elogiare un progetto eversivo dell’ordine costituito (e qui ovviamente l’UE non interviene).

Quindi, in sintesi, abbiamo due paradossi pericolosissimi: le politiche di destra favoriscono la destra, ma solo la destra può liberarci dalle politiche di destra.»

Bazaar20 gennaio 2016 15:51
Ecco invece un bell’articolo di Alain de Benoist su Jean-Claude Michéa dove Patria/Nazione, Tradizione e principi lavorostici e di solidarietà sociale si sposano in termini più consueti al nostro dibattito.

Al di là del taglio filologico squisitamente storico-filosofico, le considerazioni sono in linea con i problemi radice della percezione, cognizione e organizzazione del pensiero politico della contemporaneità che abbiamo affrontato in questi spazi.

Sicuramente in linea anche con la prassi ideologica putiniana, piuttosto che con i viaggi messianici di Dugin.

Le fondamenta del socialismo: «[era necessario fornire] alla classe operaia e alle altre categorie popolari un linguaggio politico che permettesse loro di vivere la loro condizione con una certa fierezza e di dare un senso al mondo che avevano sotto gli occhi»

Peccato che l’autore non è riuscito a discriminare con chiarezza il concetto di modernismo reazionario (liberale o autoritario) dal progressismo sociale.

Però: «Il liberalismo culturale [dei partiti del lavoratori, ndr] annunciava già il capovolgimento nel liberalismo economico».

Infatti: «È, infatti, completamente illusorio credere che si possa essere durevolmente liberali sul piano politico o «societale» senza finire col diventarlo anche sul piano economico (come crede la maggioranza delle persone di sinistra) o che si possa essere durevolmente liberali sul piano economico senza finire col diventarlo anche sul piano politico o «societale» (come crede la maggioranza delle persone di destra). In altri termini, c’è un’unità profonda del liberalismo. Il liberalismo forma un tutto.»

Il totalitarismo liberale.

Arrivando: «Alla stupidità delle persone di sinistra che ritengono possibile combattere il capitalismo in nome del «progresso», corrisponde l’imbecillità delle persone di destra che ritengono possibile difendere al contempo i «valori tradizionali» e un’economia di mercato che non smette di distruggerli»

Bazaar20 gennaio 2016 15:52
Una “sinistra” «i cui dogmi sono l’antirazzismo, l’odio dei limiti, il disprezzo del popolo e l’elogio obbligatorio dello sradicamento [e] l’obiettivo non è più lottare contro il capitalismo, ma combattere tutte le forme di preoccupazione identitaria.
[I]l “migrante” [è] progressivamente divenuto la figura redentrice centrale di tutte le costruzioni ideologiche della nuova sinistra liberale, sostituendo l’arcaico proletario, sempre sospetto di non essere abbastanza indifferente alla sua comunità originaria.
[…]
Il popolo non si riconosce più in una sinistra che ha sostituito l’anticapitalismo con un simulacro di «antifascismo», il socialismo con l’individualismo radical chic e l’internazionalismo con il cosmopolitismo o l’«immigrazionismo», prova solo disprezzo per i valori autenticamente popolari, cade nel ridicolo celebrando al contempo il «meticciato» e la «diversità» , si sfinisce in pratiche «civiche» e in lotte «contro tutte le discriminazioni» (con la notevole eccezione, beninteso, delle discriminazioni di classe) a solo vantaggio delle banche, del Lumpenproletariat e di tutta una serie di marginali.
[…]
Minando alla base ogni possibilità di legittimare un qualunque giudizio morale (e, di conseguenza, rifiutando simultaneamente di comprendere l’uso popolare delle nozioni di merito e responsabilità individuale), la sinistra progressista si condanna inesorabilmente a consegnare ai suoi nemici di destra interi pezzi di quelle classi popolari che, a modo loro, non domandano altro che di vivere onestamente in una società decente […] In realtà, è proprio la stessa sinistra ad aver scelto, verso la fine degli anni settanta, di abbandonare al loro destino le categorie sociali più modeste e sfruttate, volendo ormai essere “realista” e “moderna”, ossia rinunciando in anticipo a ogni critica radicale del movimento storico che, da oltre trent’anni, seppellisce l’umanità sotto un “immenso accumulo di merci” (Marx) e trasforma la natura in deserto di cemento e acciaio.
[…]
il progetto socialista [così come espresso nella Costituzione, ndr](o, se si preferisce l’altro termine utilizzato da Orwell, quello di una società decente) appare proprio come una continuazione della morale con altri mezzi.
[…]
[Il problema è] la patetica incapacità di assumere [la] dimensione conservatrice della critica anticapitalistica a spiegare, in larga parte, il profondo smarrimento ideologico»

(Peccato per LaTouche che, come un batterio pop, si infila dappertutto)
Bazaar9 novembre 2015 18:17
Verissimo, e come ricorda Quarantotto, ampiamente dibattuto in questi spazi: dietro ai colossi tecnologici statunitensi non ci sono “imprenditori geniali”, ma squaletti lautamente foraggiati dal governo che detiene il signoraggio sugli scambi internazionali.

Lo stesso Facebook è notoriamente una creazione della governativa CIA.

Come notava Braudel, il capitalismo è dall’origine “storia di monopoli assicurati dallo Stato”.

Gran parte della letteratura economica, come illustra bene Chang in “Bad Samaritans” o, vicino a noi, il prof.Pozzi al recente convegno, è dialettica tra economisti che servono o meno gli interessi delle classi dominanti del proprio Paese.

La solita questione del “kicking away the ladder”, il calciare la scala con cui ci si è arrimpicati sull’albero.

Fate quello che dico, ma non fate quello che faccio.

L’FMI, l’OCSE e tutte le organizzazioni simili, non fanno altro che insegnare come diventare ricchi… rimanendo poveri.

La teoria dei “vantaggi comparati” su cui si basa il “libero scambio” – come ricorda Chang – è funzionale solo premettendo la condizione di “a tecnologia data”.

Da sempre. Ripeto: da sempre, chi ha il vantaggio tecnologico – e il relativo maggior valore aggiunto prodotto dal proprio sistema finanziario-industriale – ha convenienza a proporre trattati di libero scambio. Senza neanche prendere in esame la relazione tra tecnologia e settore militare.

La Rivoluzione francese è fondamentalmente il prodotto dell’Eden agreement, finito, come al solito, con il sistema produttivo francese a gambe all’aria e le teste tagliate dei governanti al grido: “casta-corruzione-brutto”.

Chi ha il monopolio della tecnologia oggi, è colui che sta imponendo il TISA, il TPP e il TTIP.

Pensa a quanto può essere ignorante uno che crede “veramente” alla liberismo, alla concorrenza perfetta, e al liberoscambismo….

Non è altro che propaganda funzionale a conservare i rapporti di forza, il dominio, lo schiavismo implicito nel lavoro-merce e l’assoggettamento colonialista ed imperialista.

Lo si sa da sempre, con rigore e chiarezza metodologica almeno dai tempi di List.

Bazaar9 novembre 2015 21:11
Siamo “condizionati” dalle ideologie, ma non di per sé portatori.

Un conto è il significato di “ideologia”, che magistralmente Marx chiama “falsa coscienza”: manipolazione indotta dalla struttura sociale oggettiva, e, simmetricamente, debolezza cognitiva soggettiva.

Certo, un’ideologia intesa come sistema di idee e di aspirazioni ideali ha senso a livello “partitico” e di propaganda: ma non in senso culturale, di coscienza collettiva. Di etica.

L’etica non è “falsa coscienza”: è un codice morale, di prassi comportamentale, che nella stessa effettività in cui si esprime indica un sistema di valori acquisiti. Una verità oggettiva hic et nunc. La soggettività che entra in sublime relazione con l’oggettività: la sconfitta di relativismo e nichilismo.

Almeno nel caso dei valori costituzionali che abbracciamo.

La cultura, l’etica e i valori sostanziali, non sono “ideologia”: sono coscienza.

Bazaar Florenskij

Bazaar10 novembre 2015 12:30
@Ruggero
Tra l’altro, Arturo mi faceva notare che l’incipt “sociale” nella “causazione circolare e cumulativa” nel rapporto individuo-società, risale almeno a Tommaso Moro: «nella sua Utopia Moro sosteneva che gli uomini, perfino i delinquenti, non sono intrinsecamente malvagi, ma tali diventano a causa della povertà e di cattive leggi legate a interessi privati (le enclosures che riducono alla miseria i contadini che ne vengono colpiti). Scrive Spini (Le origini del socialismo, Torino, Einaudi, 1992, pag. 8)

Politicamente, a livello “oggettivo”, “essenziale”, non è l’individuo a creare l’ambiente sociale in cui vive, ma è l’ambiente sociale in cui vive a creare l’individuo.

Stando con Marx: «Non è la coscienza degli uomini che determina la loro vita, ma le condizioni della loro vita che ne determinano la coscienza. »

Stando con Chang: «Non è che nei paesi arretrati non c’è lavoro perché la gente è pigra. Nei paesi arretrati la gente è pigra perché non c’è lavoro».

Stando con Winston Smith 🙂 «Il singolo individuo influenza la società in misura enormemente minore rispetto a quella in cui è influenzato dalla società stessa dal momento in cui viene messo al mondo.»

Mi azzarderei con: il primo comma dell’articolo 3 Cost. è l’ideologia: il secondo comma dello stesso articolo è l’etica, nel senso effettivo di prassi.

Il significato negativo assegnato da Marx all’ideologia (in tedesco rimane comunque il sostantivo Weltanschauung), permette quella sottile ma dirimente distinzione tra morale e moralismo: il “passaggio” dal secondo alla prima dovrebbe essere parte della crescita spirituale dell’uomo.

La dialettica “forma-sostanza” è potentissima, e sicuramente utile nell’ermeneutica e nei rapporti segno, significante, significato: «Quando gli uomini non possono cambiare le cose, ne cambiano il nome», a memoria, Jean Jaures

Soggettivamente, a livello “esistenziale”, il problema è simmetrico: non esiste il caso. Non dovrebbe essere difficile dimostrare che la soggettività, nell’impianto etico da cui nasce l’ordine sociale democratico sostanziale, prevede ciò che credo essere un principio cardine dell’etica umanistica: il libero arbitrio.

Caso e determinismo – a livello soggettivo, esistenziale – sono due facce della stessa medaglia che escludono il “libero arbitrio”: a livello oggettivo – essenziale – il problema è simmetrico: caso e determinismo lo permettono.

La tradizione in gran parte “empirica” da cui nasce il liberalismo, è determinista: così come il “protestantesimo” che possiamo definire sovrastruttura del liberismo economico e dei rapporti di produzione che rende effettivi. Entrambi – liberalismo e protestantesimo – negano il “libero arbitrio”. La teologia del mercato è fondata su questo concetto di deresponsabilizzazione. Da cui la necessità di Ubermenschen “a guardia del creato”, e “dell’Arte”, ovvero dell’atto creativo in potenza.

Quindi alla domanda di Winston Smith, e spero a cascata alle tue, la risposta che darei non è univoca: l’antitesi ad ESSI è socialmente da imputarsi al Caso. Soggettivamente è un atto di “libero arbitrio”

Bazaar10 novembre 2015 14:50
Verissimo: infatti nel liberalismo, come più volte emerso, i valori sono proprio invertiti.

Tantoché il libero arbitrio viene negato all’individuo (comune… l’Untermensch), rispondendo alle leggi della fisica classica che regolano i rapporti economici e sociali: la meccanica delle preferenze o, in seguito, delle “aspettative razionali”.

Ogni cosa che accade non può non accadere: se è successa una catastrofe non ne sono responsabile, io ne sono sono solo il messaggero (Soros, a memoria, in rif. degli attacchi speculativi a Lira e Sterlina del ’92)

Se “abbassi la guardia”, io non posso non colpirti: “è nella mia natura”.

“Mia natura” che per ESSI, è La Natura: la Legge.

Il salto logico è evidente: nell’individualismo assoluto del liberalismo, non esiste tra l’insieme complesso “individuo”, e l’insieme complesso di ordine superiore “collettività”, quell’insieme di relazioni (e attributi) per cui la somma degli elementi è diversa dal tutto, per cui questo “tutto” ha identità distinta (e attributi distinti): per il liberale la collettività non è una società.

L’unica istituzione che rappresenta l’Ubermensch – e che è dotata di un libero arbitrio per cui il rapporto con il resto della natura è di genere teodiceo – è il Mercato.

L’inversione dei valori – che necessita la nietzschiana “trasvalutazione dei valori” – consiste innanzitutto assegnando un libero arbitrio alla “natura”, all’oggettività, negandola all’individuo.

A cosa vuoi che serva il Parlamento?

Una burocratica ed inefficiente perdita di tempo.

«The administration of the great system of the universe … the care of the universal happiness of all rational and sensible beings, is the business of God and not of man.» Adam Self-command Smith

Bazaar29 luglio 2015 15:09
Innanzitutto, l’analisi sul fondatore di Paneuropa è estremamente interessante per chi fa un certo tipo di lavoro, come il nostro: un po’ il simbolo della ricostituzione di una nuova (?) nobiltà che trova nel modello medievista la propria vision, una riconciliazione tra l’estrema destra liberale, rappresentata dalla grande finanza ricardiana, dei Jevons e degli Spencer, e l’estrema destra conservatrice e tradizionalista, quella dei Burke e dei Joseph de Maistre.

Il matrimonio avviene in odio alle classi produttive, “capitalisti con le mani grassocce” – stando con Nietzsche – incluse.

D’altronde, la scuola austriaca non è altro che ideologia economica “sponsorizzata” dagli Asburgo, con buona pace di quei mononeuroni che si fanno chiamare libertarians. Menger docet.

Leggendo l’evoluzione di Kelergi si vede il non plus ultra dei tentativi di coordinazione sul fronte antisocialista: austriaci asburgici, angloliberali, democristiani ordoliberali… se li sommi non sono altro che il Sacro Romano Impero con l’aggiunta della finanza angloebraica.

Ci sarebbero libri da scrivere e, soprattutto, da riscrivere.

Ma le premesse per capirlo sono un minimo di conoscenza della storia del pensiero economico e della filosofia politica… e il punto dirimente è la prima.

Di operativo, però, faccio notare: “il piano Kalergi” proposto dai gatekeepers ad ispirazione nazifascista, presta il gioco alla dialettica imbecille con il piddinume tipo il blog linkato “a sunto”: la tesi è complottista e l’antitesi piddinica è negazionista… bene. Sintesi? un beato nulla. Ma la volontà “sezionalista” c’è, ed è voluta, senza la necessità di leggere Kalergi, perché non può non essere che così, e perché nella storia è sempre stato così: bastava vedere il disastro genocida che ha rappresentato l’impero britannico per capire cosa significa distruggere le sovranità statuali per un governo mondiale federale.

È vero che Kalergi, nelle sue giovanili visioni esoterico-lisergiche, vede un darwinismo da meticciato che polarizzerà le qualità per un funzionalismo sociale perfetto: ma, innanzitutto, la “razza” a cui dà valore è quella di classe, come sempre stato.

Il sangue non dipende dal colore della pelle, ma dallo “spirito” più o meno superiore: un faraone non è tale perché più bianco, ma perché espressione di potenza divina. La divisione in classi in funzione dell’etnia è semplicemente la conseguenza della trasmissione dinastica dello “spirito” tramite il sangue. (Tradotto, “ogni scarrafone è bello a mamma soja”)

Quella del “una pelle una razza”, è storicamente strumentale al colonialismo e all’imperialismo, per giustificare la manifesta violazione dell’etica giudaico-cristiana: il razzismo scientifico doveva sopire la dissonanza cognitiva. Tutta sovrastruttura ideologica. (Di cui gli antichi non avevano bisogno….).

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Bazaar29 luglio 2015 15:10
Nietzsche, campione di elitismo, aborriva tanto l’antisemitismo quanto il nazionalismo a fini capitalistico produttivi – in quanto creava l’antitesi socialista e anti-schiavista – ma anche non poteva sopportare l’imperialismo guerrafondaio di quel capitalismo che poi darà vita al nazifascismo.

Nell’ottica funzionalista e medievista, per l’elitista – ovviamente – la razza e la classe coincidono. Il sangue non si può “comprare”.

Per Nietzsche, più grande “interprete” dell’etica della modernità, il massimo era il codice Manu, quello che regolava le caste indiane: un funzionalismo perfetto. L’immobilità sociale assoluta.

Checcavolo c’entrano queste considerazioni sui lavori di intelligence tipo “Protocolli dei savi di Sion” con un documento, come quello di Kalergi, che rappresenta l’ideologia moderna in cui il positivismo necessitava, con l’eugenetica, di codificare e “matematizzare” il razzismo di classe?

Nulla: la caciara del ’68 tra borghesi comunisti e proletari fascisti…

Il “piano Kalergi”, per chi ne ha letto qualcosa, si chiama “mondialismo”: e la sua visione pragmatica hayekiano economicistica si chiama “globalizzazione”. Quella che Kalergi chiamava Paneuropa, in hayekiano si chiama UE. Quello che chiamava Panamerica, in hayekiano si chiama NAFTA. Quello che chiamava Panatlantide (improbabile…), in hayekiano si chiama TTIP. Ha ragione Corey Robin: l’etica nietzschiana non trionfa politicamente con Schmitt o Strauss. Trionfa economicisticamente con Hayek.

Kalergi scrive di governi completamente privatizzati che non rispettano confini etnico-nazionali, ma macroregioni gestiti come grandi corporation. (Magari, dove ogni unità organizzativa “viene gestita come uno psicodramma”, stando con Elemire Zolla…)

Invece, per capire la strumentalizzare di Latouche e compagnia deflazionistica al seguito, è necessario capire Menger. E il cerchio è chiuso.

Visto che nessuno – ma proprio nessuno – capisce questi argomenti, un mediocre come Hayek si è trovato le tre università più influenti al mondo a gettare le fondamenta per la sua controrivoluzione distopica che ci stiamo godendo.

Comunque, tutto questo è riassunto dal diario lasciato da Winston Smith, ultimo uomo d’Europa.

Bazaar30 luglio 2015 10:36
Francamente non capisco il senso: Einaudi, a differenza di Spinelli, sapeva quello che diceva. Era una figura assolutamente contigua – anche per spessore – ai grandi reazionari antidemocratici e antisocialisti che auspicavano ad un ordine liberale del mercato e ai rapporti di classe conseguenti.

A inventare “famo l’Europa grande perché fuori c’è la Cina” è, in effetti, un frame nazieuropeista di cui il neoliberista Einaudi è stato primo spin doctor.

Non credo neanche che a Einaudi avrebbe fatto “ribrezzo” Monti, se non per la patente scarsa intelligenza: avrebbe, invece, provato una sincera simpatia per Draghi, che è di tutt’altra pasta e, non a caso, Luigino viene citato spesso dal nostro nasuto “vile affarista” (Cossiga riteneva che Marietto avesso un sensibile “fiuto” per gli affari).

Ma il punto che non mi sembra chiaro è: che differenza c’è tra il capitalismo sfrenato della dittatura finanziaria e il “liberismo […] concorrenziale e produttivo [che parte] dal piccolo”?

Provo a risponderti io: il primo è la realtà intorno a noi e la naturale conseguenza del “liberismo” da secoli, poco prima che vada tutto in vacca e si contino i morti. Il secondo si trova solo nei libri di testo del primo anno.

L’EURSS è solo il passo necessitato prima delle liberalizzazioni:

a) fase uno: propungnare il federalismo per la pace dei popoli facendo la guerra alla Russia e alla Cina

b) fase due: abbatti dogane e frontiere per il superstato federale e ti ritrovi il liberoscambio sfrenato, ingestibile e incontrollabile dalle comunità sociali sovrane (chiamate “Stati”)

c) fase tre: il potere “disperso” dalle comunità sociali viene raccolto tramite un sistema di “scatole cinesi” in qualche consiglio di amministrazione con sede all’isola di White (in cui i banchieri da ggiovani ballavano nudi).

d) fase quattro: il liberoscambismo, con l’apporto degli usuali vincoli sterni (euro, gold standard, Marina Britannica, Bomba atomica Yankee, ecc.), deindustrializza tramite i vantaggi comparati, rende il mercato viulnerabile agli shock asincroni, risolve gli sbilanci con austerità e spirali deflattive, e liberalizza il liberalizzabile: il liberismo segue, quindi, il liberoscambismo dell’EURSS.

e) fase cinque: tutto viene privatizzato in favore della classe dominante dei Paesi dominanti.

Questo è l’ideologia di cui era portatore Einaudi, e di quell’odiatore di piccole imprese e sindacati di Spinelli: lo Stato, espressione di volontà collettiva, va distrutto

Un post di Bazaar su Orizzonte48 http://orizzonte48.blogspot.it/2014/05/la-grande-societa-pan-europeismo-per-la.html?m=1

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