CHI RIESCE A CAPIRE QUESTO GRAFICO ?

 

image

DI MIKE WHITNEY

counterpunch.org

Significa che gli Stati Uniti sono in mezzo alla fase di recupero post-crisi più scadente nella storia delle crisi economiche dalla seconda guerra mondiale ad oggi. “Ma come può essere?” potremmo chiederci, dopotutto la FED non ha mantenuto i tassi di interesse a zero per 7 anni consecutivi mentre allo stesso tempo innaffiava l’intero sistema finanziario con più di 4000 miliardi di dollari?

Senz’altro hanno fatto tutto questo, ma ciò che essi definiscono stimolo monetario ha fallito nel far risollevare l’economia dal suo languore e produrre la robusta ripresa promessa e ripromessa ad nauseam. Al contrario, il PIL Statunitense si è trascinato su un 2,2% dal 2009 ad oggi, marcatamente al di sotto del 3,6% che è il dato medio dei precedenti 60 anni. Conclusione: non c’è modo che l’economia esca da una fase di stagnazione a lungo termine a meno che le decisioni politiche non cambiano radicalmente di segno. Diamo una occhiata a questo grafico che illustra i risultati dell’operato della FED, tratto da un articolo del Fortune:

image

Ed il commento dello stesso Fortune:

“Come possiamo notare le revisioni, in generale, mostrano dati che marcano una crescita post-recessione ben più anemica del previsto. Dal 2011 all’anno scorso, l’economia USA, in media, è cresciuta solo del 2% annuo, molto al di sotto della media post bellica di oltre il 3% annuo”. (da:The post-recession economy is worse than we thought, Fortune).

Difficile a credersi, non è vero? Difficile credere che la FED possa scaricare 4000 miliardi di dollari nel sistema finanziario e non colpire nemmeno l’obiettivo della soglia del 2% di inflazione? Come può essere? Credevo che più soldi in circolo generassero maggiore inflazione? Mi sbagliavo?

Si e no. Le politiche della FED, infatti, hanno creato inflazione, semplicemente non il genere di inflazione che riflette un intensificarsi dell’attività economica. Ciò che la FED ha creato è inflazione degli assets finanziari, facendo lievitare i prezzi di azioni e obbligazioni, cosa che ha portato ad instabilità finanziaria e difficili periodi di riaggiustamento. Lo S&P è più che raddoppiato dal 2009, il Dow Jones è addirittura triplicato. I prezzi delle azioni sono balzati alle stelle e gli speculatori di Wall Street hanno guadagnato alla grande. Solo i “poveri scemi” che lavorano non hanno beneficiato delle politiche della FED perché di quei soldi nulla ha raggiunto l’economia reale, ovvero il luogo dove potrebbero anche servire. Al contrario, resta tutto congestionato nel sistema finanziario stesso, gonfiando una bolla dietro l’altra.

Ecco una rappresentazione grafica dell’operazione di pompaggio denaro della FED:

 

image

Fonte: MarketOracle.co.uk

Notiamo come la linea nera schizza alle stelle ad ogni nuovo giro di alleggerimento quantitativo? Così funziona la misura della FED. I ricchi diventano tranquillamente più ricchi mentre la gente che lavora cerca di barcamenarsi tra meno ore di lavoro, salari peggiori, spese sanitarie più care e zero risparmi per la pensione. E ci meravigliamo se Bernie Sanders ha ottenuto il suo bel seguito?

Adesso se guardiamo il grafico con attenzione possiamo notare che la FED ha smesso di pompare denaro nel sistema nell’Ottobre 2014, un anno e mezzo fa circa. Da quel momento i prezzi sono saliti ulteriormente, fatto che dovrebbe riflettere accuratamente solidi fondamentali sottostanti questo valore. Chi mai ci crederebbe?

Nessuno, che i prezzi azionari attuali sono bolle gonfiate lo sanno tutti. Infatti la FED non può nemmeno iniziare a dire “stringere” senza mandare i mercati direttamente in picchiata. Ad esempio a Dicembre, dopo ripetuti e straripetuti annunci dell’intenzione di alzare i tassi di miseri 25 punti base, la FED li ha alzati solo la metà di questa percentuale, un intero punto percentuale sotto il tasso di inflazione corrente (altro non significa che la FED sussidia la il prestare). Anche così, i mercati hanno avuto un colpo che li ha mandati giù rotolando nel peggior inizio nuovo anno finanziario nella storia.

Perché?

Perché tutti sanno che i prezzi sono falsi. Tutta schiuma montata dagli interessi zero e dall’alleggerimento quantitativo(QE), tutto, ma proprio tutto. E non c’è un possibile fondo che si possa toccare per fermarsi, ecco perché la FED è in apprensione, perché se il mercato fa un movimento inatteso e i prezzi dell’azioni vanno in caduta libera non si può sapere dove andranno ad atterrare. Potremmo assistere al crash del secolo in poche settimane. Nessuno può dirlo.

Un articolo eccellente sulla tematica è apparso poche settimane fa su Yahoo, l’articolo si intitola: “La FED è la causa del 93% di tutte le operazioni di borsa dal 2008 ad oggi”.

Secondo l’analista economico Brian Barnier, i prezzi azionari hanno raggiunto tali livelli stratosferici perché “La Federal Reserve si è messa a inondare di dollari i mercati finanziari attraverso l’acquisto di obbligazioni”.

Ok, ma se la FED è responsabile del 93% della festa, quanto devono abbassarsi i prezzi affinché riflettano veramente i fondamentali?

Molto e a lungo, più di quanto chiunque possa immaginare. Ecco perché la FED non ha venduto e probabilmente mai venderà nessuno dei 4500 miliardi di titoli finanziari attualmente sul suo bilancio. Sono troppo preoccupati che gli investitori possano interpretarlo come un segno che la FED ha deciso di smettere di fare da stampella ed imboccare i mercati, fatto che innescherebbe un circolo vizioso di vendite compulsive. In parole povere la FED non ha altra scelta che tenersi un bilancio interno gonfiato fino al giorno del giudizio o oltre.

Tornando alla questione iniziale: come mai i prezzi delle azioni hanno continuato a salire quando, nel 2014, la FED ha interrotto le sue operazioni di pompaggio di liquidità?

Risposta: I Buybacks (pratica di vendere e ricomprare le proprie stesse azioni allo scopo di manipolarne il prezzo al rialzo)

Osserviamo questo grafico tratto da contra corner di David Stockman. Aiuta a comprendere le modalità di rialzo dei prezzi, non per i solidi fondamentali, ma perché i grossi amministratori delegati hanno preso pesanti prestiti dal mercato obbligazionistico allo scopo di ricomprare le loro stesse azioni.

Proprio così, i grandi boss delle corporations hanno accumulato debiti su debiti per gonfiare i prezzi delle azioni delle rispettive aziende in maniera da poter mietere faraonici profitti sotto forma di bonus per il loro operato. Manipolazione sfacciata e di bassa lega, tuttavia perfettamente legale.

image

(Chart Of The Day: The Perfect Correlation——Stock Buybacks And The S&P 500 Since 2010, Contra Corner)

Ecco qual è il fattore che mantiene i prezzi elevati. Non le false statistiche sull’occupazione, non la fantomatica ripresa dell’immobiliare e di certo non la fiducia nella magra ripresa vantata dalla Yellen (Governatore Federal Reserve USA). Il tutto si basa su approvvigionamento di denaro facile per le banche, ingegneria finanziaria e frode. Ecco il succo del mercato finanziario attuale.

Ecco un estratto shock da Bloomberg:

“I titoli dello Standard & Poor’s 500 hanno ricomprato, secondo stime 165 miliardi di dollari in azioni in questo quarto, avvicinandosi al record del 2007” (There is only one buyer keeping S&P’s 500 bull market alive, Bloomberg).

165 miliardi di dollari in un quarto si traduce in 660 miliardi l’anno, è una barca di soldi, sufficiente a fare salire i prezzi indefinitamente, almeno finché i piccoli investitori non ne possono più e se ne tirano fuori. E lo stanno già facendo. Secondo una relazione recente della Bank of America (Buyback Blackout Period Starts Monday: Is This The Catalyst That Ends The S&P Rally?, Zero Hedge)):

“I clienti BofAML (sezione investimenti di Bank of America) sono stati venditori netti di azioni USA per 7 settimane consecutive….Hedge funds e clienti privati altrettanto…

Coclusione di BoFa: “I clienti non credono nella tenuta dei titoli e continuano a vendere” e vendono perlopiù alle aziende la cui attività di ri-acquisto è vicina ai massimi storici: “i buybacksaziendali sono accellerati per la terza settimana consecutiva raggiungendo il livello massimo negli ultimi 6 mesi, livello superiore al livello analogo dello stesso periodo dell’anno passato” (Buyback Blackout Period Starts Monday: Is This The Catalyst That Ends The S&P Rally?, Zero Hedge)

VENDERE.VENDERE.VENDERE. Pare che gli unici che non si avviano verso l’uscita siano i grossi dirigenti aziendali che vogliono un’altra scorpacciata prima che il mercato dica addio. Ancora da Bloomberg:

“I buybacks aziendali rappresentano l’unica fonte di domanda per le azioni delle grosse aziende quotate sui mercati”, Dave Kostin, capo della strategia azionistica di Goldman Sachs Group Inc. ha così affermato in una intervista televisiva a Bloomberg del 23 Febbraio scorso”. (Bloomberg).

“L’unica fonte di domanda?” Cioè, gli unici che comprano queste azioni sono gli stessi che le offrono sul mercato?

Proprio così, e se c’è una colpa è dei loro fedelissimi amici alla FED. Non fosse stato per la politica dei tassi zero e i 4000 miliardi di QE, l’ultima ondata suicida di speculazione finanziaria non avrebbe avuto luogo. Ammettiamolo, con tassi normali gli amministratori delegati non potrebbero prendere in prestito denaro per ricomprare le loro azioni. Sarebbe una operazione troppo cara e il problema non ci sarebbe affatto. Il credito facile gonfia bolle e di gran lunga il maggior produttore mondiale di soldi gratis al mondo oggi altri non è che Janet Yellen.

Quindi, dove va a parare tutto questo? Che intenzioni ha la FED? Di certo, dopo 7 anni della stessa cosa ripetuta all’infinito, la FED si aspetterà qualcosa di diverso, no?

No, assolutamente no, dopotutto alla FED non sono malati di mente, tutt’altro. Sanno benissimo quello che fanno. Sanno che la loro politica monetaria consiste nel “tirare la corda finché tiene” e che non ha nessun beneficio per il lavoro, l’investimento o la crescita, come sanno perfettamente anche che il QE non scatenerà l’inflazione almeno finché i salari sono tenuti sotto controllo. Lo sanno così bene perché hanno ottenuto gli stessi risultati in ogni paesi dove hanno applicato la stessa combo dieasy money e austerity. Teniamo a mente che la cricca delle banche centrali ha applicato lo stesso identico programma in Gran Bretagna, Unione Europea, Giappone, Stati Uniti. In ognuno dei casi elencati la classe politica ha messo la crescita in sordina (tagliando la spesa pubblica), mentre le banche centrale pompavano allegramente miliardi nel sistema finanziario. E il risultato è stato esattamente quello che ci si poteva aspettare: la classe dei grossi investitori ha messo mani sui miliardi mentre l’economia languisce attaccata al respiratore. Servono altre prove?

Come detto, il fenomeno non si limita all’America. E’ una ristrutturazione in corso delle economie occidentali dominanti che consiste in un progressivo allontanamento da un modello democratico dove i Governi rappresentativi decidono le loro politiche. Il Nuovo Ordine è fatto di cambiamenti nei fondamenti dell’economia politica, una economia che oggi serve esclusivamente gli interessi dell’1% al top. Benvenuti nel Mondo Nuovo della FED (gioco di parole con Brave New World di Aldous Huxley nell’originale).

La chiave per le elites del potere reale, che controllano l’intero apparato effettivo dietro le colonne di fumo rappresentate dalle banche centrali, è l’inflazione. Finché l’inflazione si mantiene bassa le banche centrali possono tenere attiva la corsia automatica che spinge sempre più ricchezza verso i ricconi dominanti. Ecco perché non si può consentire all’economia di crescere, se l’economia crescesse più velocemente e più gente lavorasse la pressione salariale generata costringerebbe le banche centrali ad alzare i tassi.

Le elites questo non possono permetterlo, un rialzo dei tassi di interesse minaccerebbe il loro treno di soldi facili su pilota automatico. Per questo motivo l’economia va strangolata con l’austerità così che gli ultraricchi possono continuare a razziare lucro per loro stessi. Nessuna sorpresa se l’economia si manterrà stagnante nel prevedibile futuro. E’ una scelta politica precisa.

Ecco il motivo reale dietro l’austerità. Niente a che vedere con preoccupazioni rispetto al debito federale o ad ampliamento del deficit. Aria fritta. Il succo è solo e soltanto controllare l’inflazione in maniera desiderata in maniera che agli oligarchi vada sempre e comunque la fetta grossa della torta. Fine della storia.

Come detto prima, la FED sa benissimo quello che sta facendo, proprio come tutte le banche centrali lo sanno. Non c’è nulla di difficile da capire, è un piano piuttosto lineare ma disonesto per ristrutturare l’economia in modo che un pugno di plutocrati già ricchi da far schifo finiscano per controllare letteralmente tutto. Questo è l’obiettivo. Prima di essersi presi tutto non si fermeranno.

Come si può invertire questo andamento?

Sfortunatamente a questa domanda non ho più risposte.

 

Mike Whitney

Fonte: www.counterpunch.org

Link:  http://www.counterpunch.org/2016/03/23/can-you-figure-out-what-this-chart-means/

23.03.2016

 

Traduzione per www.comedoncisciotte.org a cura di CONZI

Boris Johnson per il “Leave”

Boris Johnson esclusivo: C’è un solo modo per ottenere il cambiamento che vogliamo — Votare per lasciare l’UE

David Cameron ha fatto del suo meglio, ma un voto per Remain a Bruxelles sarà considerato come luce verde per una ulteriore erosione della democrazia

di Boris Johnson
22 Feb 2016

Io sono europeo. Ho vissuto molti anni a Bruxelles. E amo parecchio quel posto.
Quindi mi offende il nostro continuo confondere l’Europa — la sede della più grande e ricca cultura nel mondo, di cui la Gran Bretagna è e sarà sempre parte — con il progetto politico dell’Unione Europea. È quindi importante chiarire che non c’è nulla di necessariamente anti-europeo o xenofobo nel votare Leave il 23 giugno.

Ed è importante ricordare questo: non siamo stati noi in GB a cambiare. È stata l’Unione europea a farlo. Negli ultimi 28 anni, da quando ho iniziato a scrivere per questo giornale sul Mercato Comune — allora si chiamava così — il progetto europeo si è trasformato ed è cresciuto al punto da diventare irriconoscibile, un po’ come la distesa dei nuovi palazzi di vetro e acciaio delle istituzioni EU che ora si stagliano sopra le stradine acciottolate, nel cuore della capitale belga.
Quando sono andato a Bruxelles nel 1989, ho trovato funzionari (molti dei quali britannici) ben intenzionati ad abbattere le barriere commerciali con una nuova procedura — approvata da Margaret Thatcher — detta Voto a Maggioranza Qualificata. Gli sforzi di armonizzazione a volte erano comici: ho informato i miei lettori sugli euro-preservativi e sulla grande guerra contro i cocktail inglesi di gamberetti al croccante. Poi venne la riunificazione tedesca, e gli sforzi di Delors, Kohl e Mitterrand mossi dal panico di “bloccare” la Germania in Europa tramite l’euro; e da allora il ritmo dell’integrazione non è più rallentato.

Quando hanno aderito nuovi paesi, abbiamo assistito ad un frettoloso ampliamento dell’area del Voto a Maggioranza Qualificata, per cui la Gran Bretagna ora può essere messa in minoranza sempre più spesso (come è accaduto negli ultimi cinque anni). Abbiamo avuto non solo il trattato di Maastricht, ma anche quelli di Amsterdam, Nizza, Lisbona, e ciascuno di questi ha comportato un’estensione del potere UE ed un accentramento di potere a Bruxelles. Secondo la Biblioteca della Camera dei Comuni, qualcosa tra il 15 e il 50 per cento della legislazione del Regno Unito ora proviene dall’UE; e va ricordato che questo è un tipo di legislazione molto speciale. È inarrestabile, ed è irreversibile — dal momento che può essere abrogata solo dalla stessa UE. Chiedetevi quanta legislazione UE la Commissione ha effettivamente fatto ritornare indietro attraverso i suoi vari programmi per snellire la burocrazia. La risposta è: nulla. È per questo motivo che il diritto comunitario è paragonato ad un meccanismo che gira solo in avanti.

“Stiamo assistendo a un processo lento e invisibile di colonizzazione legale, in quanto l’UE si infiltra quasi ogni settore della politica pubblica”
Boris Johnson

Stiamo assistendo ad un processo lento e invisibile di colonizzazione legale, in quanto l’UE si infiltra in quasi ogni settore della politica pubblica. Inoltre — questo è il punto chiave — l’Unione Europea acquista supremazia in ogni campo che tocca perché una delle basi dell’adesione britannica, accettata nel 1972, è che ogni questione che coinvolge l’UE debba finire in Lussemburgo per essere giudicata dalla Corte di Giustizia Europea.

Ma un conto era quando tale giudice si occupava solo di mercato unico, garantendo che ci fosse commercio libero ed equo in tutta l’UE. Ora siamo molto oltre quella fase. In base al trattato di Lisbona, la Corte ha assunto il potere di far valere i diritti individuali in base alla clausola-55 della “Carta dei diritti fondamentali”, tra cui sono compresi diritti speciali come il diritto di costituire una scuola, o il diritto di “esercitare una professione liberamente scelta” ovunque nell’UE, o il diritto di avviare un’impresa.

Questi non sono diritti fondamentali nel senso in cui noi normalmente intendiamo questo termine, e la mente vacilla pensando a come saranno imposti. Tony Blair ci ha raccontato che aveva un opt-out da questa Carta. Ma, ahimè, tale opt-out non si è dimostrato duraturo sul piano legale, e ci sono reali timori tra i giuristi britannici sull’attivismo della Corte.

Più l’Unione Europea agisce e meno spazio resta per il processo decisionale nazionale. A volte queste norme UE suonano semplicemente ridicole, come la regola che non si può riciclare una bustina di tè, o che i bambini sotto gli otto anni non possono far scoppiare i palloncini, i limiti sugli aspirapolvere. A volte possono essere veramente irritanti — come quando ho scoperto, nel 2013, che non c’era nulla che potessimo fare per avere le finestre delle cabine dei camion progettate meglio, per evitare che i ciclisti restino schiacciati. Doveva essere fatto a livello europeo, ed i francesi erano contrari.

A volte l’opinione pubblica può vedere fin troppo chiaramente l’impotenza dei politici che ha eletto — come sul tema dell’immigrazione. Questo la fa infuriare: non tanto per i numeri quanto per la mancanza di controllo. Questo è ciò che intendiamo per perdita di sovranità — l’impossibilità per la gente di prendere a calci, alle elezioni, gli uomini e le donne che controllano le loro vite. Stiamo assistendo ad una spoliazione dei cittadini dal potere che dovrebbero detenere, e sono sicuro che questo sta contribuendo al senso di disimpegno, all’apatia, all’idea che i politici sono “tutti uguali” e che non possono cambiare nulla, e alla crescita di partiti estremisti.

La democrazia conta; e trovo profondamente preoccupante che ai greci venga imposto cosa fare con il loro Bilancio e con la spesa pubblica, a dispetto delle enormi sofferenze della popolazione. E ora l’Unione Europea vuole andare oltre. C’è un documento che circola a Bruxelles chiamato “Il Rapporto dei Cinque Presidenti”, in cui i responsabili delle varie istituzioni UE fanno una mappa delle vie per salvare l’euro. Il tutto comporta una maggiore integrazione: un’unione sociale, un’unione politica, un’unione di bilancio. In un momento in cui Bruxelles dovrebbe decentrare il potere, lo sposta sempre più verso il centro, e non c’è modo che la Gran Bretagna possa evitare di esserne influenzata.

“In un momento in cui Bruxelles dovrebbe decentrare il potere, lo sposta sempre più verso il centro, e non c’è modo che la Gran Bretagna possa evitare di esserne influenzata”
Boris Johnson

David Cameron ha fatto del suo meglio, e ha ottenuto più di quando molti si aspettassero. Nell’accordo c’è qualche utile espressione sul fatto che la “unione sempre più stretta” non si applica al Regno Unito, sulla protezione dei membri UE fuori dall’euro rispetto a quelli dentro, e sulla concorrenza e la deregolamentazione.
C’è un eccellente disegno di legge nazionale in arrivo che afferma la sovranità del Parlamento britannico, frutto dell’eroico lavoro intellettuale di Oliver Letwin, che potrebbe raffreddare alcuni dei voli della fantasia federalista della Corte e della Commissione. Cose buone e giuste, ma che non possono fermare la Macchina; nella migliore delle ipotesi possono mettere temporanei ed occasionali dispositivi di blocco nel meccanismo.

C’è un solo modo per ottenere il cambiamento di cui abbiamo bisogno, ed è votare per andarsene, perché tutta la storia europea dimostra che ascoltano un popolo solo quando dice No. Il problema fondamentale resta che loro hanno un ideale che noi non condividiamo. Vogliono creare un’unione federale, “e pluribus unum“, mentre la maggior parte dei britannici non lo vuole.

È tempo di cercare un nuovo rapporto, in cui noi riusciamo a districarci dalla maggior parte degli elementi sovranazionali. Nelle prossime settimane sentiremo molto parlare dei rischi di questa opzione; il rischio per l’economia, il rischio per la City di Londra, e così via; e anche se tali rischi non possono essere del tutto scartati, penso che siano molto esagerati. Abbiamo già sentito questo genere di argomenti in passato, sulla decisione di non entrare nell’euro: in realtà è avvenuto proprio l’opposto.

Ammetto anche che c’è il rischio che un voto per lasciare l’UE, nella sua forma attuale, possa causare nuove tensioni nell’Unione tra Inghilterra e Scozia. D’altra parte, la maggior parte dei dati visti suggerisce che gli scozzesi voteranno all’incirca sulle stesse linee degli inglesi. Ci verrà detto che un Brexit potrebbe incoraggiare Putin, anche se a me pare che possa essere più incoraggiato, per esempio, dalla relativa passività dell’Occidente in Siria.

Soprattutto, ci verrà detto che, nonostante tutte le carenze democratiche della UE, per noi sarebbe meglio rimanere dentro per l’”influenza” che possiamo esercitare. Questo argomento mi pare sempre meno convincente. Solo il 4% del personale che prende decisioni nella Commissione è fatto di cittadini del Regno Unito, mentre la Gran Bretagna ha il 12% della popolazione dell’Unione Europea. Non è chiaro perchè la Commissione dovrebbe essere in grado di conoscere le esigenze dell’impresa e dell’industria del Regno Unito meglio della miriade di funzionari dello UK Trade & Investment o del Department for Business, Innovation and Skills.

Se vince il Leave, sarà certamente necessario negoziare un gran numero di accordi commerciali a grande velocità. Ma perché dovrebbe essere impossibile? Ci siamo così abituati alla Nonna a Bruxelles da diventare infantili, incapaci di immaginare un futuro indipendente. Abbiamo governato il più grande impero che il mondo abbia mai visto, con una popolazione nazionale molto più ristretta di adesso e con un Civil Servicerelativamente piccolo. Siamo davvero diventati incapaci di fare accordi commerciali? Avremo almeno due anni in cui i trattati esistenti saranno ancora in vigore.

Il rischio reale riguarda il sentimento generale dell’Europa, e il prestigio del progetto europeo. Dobbiamo prendere sul serio questo rischio. Dobbiamo ricordare che questa visione federalista non è un’idea ignobile. Nasce per i più alti motivi — mantenere la pace in Europa. Le persone che gestiscono le varie istituzioni dell’UE — che ci piace insultare in modo grossolano — sono, nella mia esperienza, funzionari dotati di principi morali e intelligenti. Hanno fatto alcune cose molto buone: penso, per esempio, al lavoro di Sir Leon Brittan come Commissario per la Concorrenza, e alla sua lotta contro gli aiuti di Stato.
Hanno solo una visione diversa sull’Europa. Mi auguro che sapranno vedere un voto per ilLeave come una sfida, non solo per trovare un nuovo rapporto di armonia con la Gran Bretagna (in cui i benefici possano essere mantenuti), ma anche per recuperare parte della competitività che il continente ha perso negli ultimi decenni.

Qualunque cosa accada, la Gran Bretagna ha bisogno di essere di supporto per i suoi amici e alleati — ma sulle linee originariamente proposte da Winston Churchill: interessati, associati, ma non assorbiti; con l’Europa continentale — ma non compresi dentro. Abbiamo passato 500 anni a cercare di evitare che le potenze europee continentali si unissero contro di noi. Non c’è alcun motivo (per le persone sensate) che questo debba accadere ora, e ci sono tutte le ragioni per rapporti cordiali.

Per molti conservatori, questa questione è già stata un’agonia. Molti di noi sono profondamente divisi interiormente, e siamo divisi tra di noi. Sappiamo che non siamo d’accordo sulla sostanza, ma spero che si possa essere tutti d’accordo a concentrarci sugli argomenti; a giocare con palla e non con le persone.

Alla fine di tutto vogliamo ottenere un risultato e poi andare avanti uniti intorno a David Cameron — continuando a fornire posti di lavoro migliori, abitazioni migliori, una migliore salute, migliore educazione e qualità della vita per i nostri elettori per i quali (siamo franchi) l’UE non è sempre il problema numero uno.

È solo per merito del Primo Ministro, per il suo coraggio e la sua energia, e per il fatto che ha ottenuto la maggioranza per un governo conservatore, che ora abbiamo un referendum. Non dimenticate mai che se fosse stato per Jeremy Corbyn e per il cosiddettoPeople’s Party, la gente sarebbe tenuta completamente fuori dalla decisione.

Questo è il momento giusto per avere un referendum, perché nel momento in cui l’UE cambia, anche la Gran Bretagna sta cambiando. Questo è un grande paese che ora va a velocità straordinaria. Siamo leader europei, se non mondiali, in molti settori dell’economia del 21° secolo; non solo nei servizi finanziari, ma anche nei servizi alle imprese, nei media, nelle scienze biologiche, nelle università, nelle arti, nella tecnologia di tutti i tipi (tra le 40 aziende tecnologiche europee con valore superiore a 1 miliardo di dollari, 17 sono britanniche); e abbiamo ancora un settore manifatturiero fertile.
Ora è il momento per guidare questi prodotti e servizi al successo non solo in Europa, ma nei mercati in crescita oltre l’UE. Questo è il momento di essere coraggiosi, di fare nuove conquiste — non di attaccarsi alle gonne della Balia a Bruxelles, lasciando tutte le decisioni a qualcun altro.

“Questo è il momento di essere coraggiosi, di fare nuove conquiste — non di attaccarsi alle gonne della Balia a Bruxelles, lasciando tutte le decisioni a qualcun altro.”
Boris Johnson

Abbiamo dato tanto al mondo, di termini di idee e di cultura, ma il più prezioso prodotto britannico di esportazione, quello per cui siamo più famosi, è proprio quello che viene ora sempre più messo in pericolo: la democrazia parlamentare — il modo in cui le persone esprimono il loro potere.

Abbiamo una di quelle possibilità che si presentano una sola volta nella vita: votare per un reale cambiamento nei rapporti tra la Gran Bretagna e il resto dell’Europa. Questa è l’unica opportunità che avremo mai per dimostrare che ci preoccupiamo per la nostra auto-determinazione. Un voto al Remain sarà visto a Bruxelles come luce verde per più federalismo e per l’erosione della democrazia.

Nelle prossime settimane, il punto di vista di quelli come me importerà sempre meno, perché la scelta appartiene al vero sovrano — il popolo del Regno Unito. E nella materia della propria sovranità il popolo, per definizione, saprà fare la cosa giusta.

 

Fonte : zoekellersite.wordpress.com

Bazaar alcuni suoi commenti su Orizzonte48.blogspot.it

1)A me pare che manchi la Stalingrado eurasiana.

Il regime totalitario liberale ha creato molti più danni culturali di quello fascista e nazista.

L’uomo nuovo liberale è il mostro in pantofole che abbiamo per vicino di casa. Che è poi quello che rappresenta l’Italia in Parlamento.

L’uomo nuovo liberale – essendo sgrammaticato indipendentemente dal livello di responsabilità e potere affidatogli – non è più in grado di gestire la complessa civiltà organizzata dai Padri.

Poiché tutte le relazioni sono mediate tecnologicamente, il tessuto sociale stesso viene virtualmente atomizzato: l’Uomo non è più un centro di rapporti sociali. È l’IPhone.

I monopoli hanno creato una Grande Società in cui gli schiavi non possono tecnicamente sapere di esserlo: come aveva ragione Hayek!…

Eseguiamo pedissequamente ciò che desidera chi controlla l’economia: se non ci sta bene si può far downshifting.

C’è un fatto strutturale che rende questo frattale molto diverso: il sistema monetario internazionale.

L’anti-democrazia liberale degli Stati Uniti – come sappiamo bene – è stata progettata per lasciare il potere in mano agli oligarchi.

È dal ’71 che ogni volta che compriamo un barile di petrolio finanziamo le guerre imperialiste USA: USA che si devono solo preoccupare di non avere una riedizione del patto Ribbentrop-Molotov.

È ovvio quello che sta succedendo: l’impero USA deve essere il braccio armato che trasformi l’attuale assetto sociale in uno nuovo, da blindare in caste.

Il signoraggio del dollaro non può più strutturalmente continuare: tutte le riforme liberali sono state fatte con la scusa di tenere in piedi la baracca finanziaria intascando valore reale e tirando pacchi nel resto del mondo. Sono rimasti solo i pacchi: quando non hai ancora capito chi è il pollo ad un tavolo da gioco, è evidente che il pollo sei tu.

(Come gli imbecilli che hanno gestito gli istituti di credito italici)

Considerando il problema della lira in Italia, dell’euro in Europa, mi chiedo quali potrebbero essere le conseguenze di una moneta unica mondiale.

Alberto ha sdoganato l’idea che solo “la destra” (nel senso di un governo autoritario ma sovranista) ci potrà far uscire da questo processo di polarizzazione del potere: be’, lo condivido.

Lo condivido soprattutto perché è la stessa conclusione a cui sono giunti – a livello globale – gli analisti russi vent’anni fa dopo che si sono accorti di cosa è la “democrazia” che porterebbe il liberalismo atlantico (di cui UE e il suo doberman sono dirette espressioni).

La Russia non si è mai potuta permettere un governo non autoritario per un semplice fatto: è una potenza di terra, con un confine sterminato per cui vive da secoli in stato di guerra permanente.

Questo non è la situazione delle forze atlantiche, protette da “maniche” ed oceani.

La conclusione è stata a quanto pare condivisa dal presidente russo, generalmente ritenuto filo-occidentale: tutte le forze anti-liberali devono coalizzarsi verso il nemico comune, assoluto.

I russi hanno “astoricizzato” il conservatorismo nazionalista sovrastrutturato al nazifascismo e revisionato il marxismo a livello strutturale.

L’ideologia che si va così a contrapporre alla mondializzazione unipolare, avrà i contenuti socialisti e statalisti del marxismo storico, misti all’etnocentrismo, al conservatorismo e al tradizionalismo. Il nazional-bolscevismo.

(Esattamente il contrario dell’ordoliberismo: verbosa retorica socialista – economia sociale di mercato – come sovrastruttura dei trattati e struttura economica neoliberista, anti-statalista e anti-sociale)

Un rivisitazione di coloro che storicamente sono stati definiti “rosso-bruni”: chissà se il nostro modello costituzionale sopravviverà in tutto questo…

(Purtroppo la Aarendt ha fatto dei danni nel suo celebre lavoro sui totalitarismi: allo stesso modo di Popper

2) Al di là del “totalitarismo liberale” e della figura “dell’uomo in ciabatte” con “l’IPhone in mano” come “uomo nuovo” (che è effettivamente farina del mio sacco), “l’estremismo misticheggiante” – come sai – non è mio ,ma suo… 🙂

Poi penso, dietro “l’irrazionale” ci sta “l’ideologico”, e, sotto l’ideologico, ci sta il razionale con una serie di interessi materiali.

Mi interessava semplicemente provare a dare un contorno tutt’altro che irrazionale ad una dichiarazione molto forte di Alberto: chi si è occupato di mondialismo unipolare a livello scientifico, e ha ritenuto che questo fosse dannoso o distruttivo ai suoi dante causa, ha delineato questo paradigma ideologico.

Poi potrebbe essere che esistano solo macchiette senza arte né parte.

(I vari Orban – come l’attuale Polonia – o Salvini o Le Pen pare abbiano tutti un filo conduttore)

Costoro vedono la radice di tutti i mali nel pensiero unico liberale e nel signoraggio del dollaro; con quest’ultimo si intende l’esorbitante privilegio di avere il dollaro come strumento principale per il regolamento degli scambi internazionali.

Questo comporta che con la semplice “emissione monetaria” gli USA possano importare beni e risorse dall’estero (stampando tre banconote da 10$ possono teoricamente portarsi a casa un barile di petrolio), e, d’altra parte, aumentando “illimitatamente” il proprio deficit verso il resto del mondo (a causa del rifiuto nel ’71 degli USA di garantire la convertibilità del dollaro in oro), sono costretti ad inventarsene una più del diavolo per far rientrare i flussi finanziari con cui inondano il mondo: in pratica poiché si trovano a gestire capitali di cui non sanno cosa farsene perché gli investimenti produttivi sono già stati posti in essere, ci fanno delle cose esoteriche, come i subprime.

In pratica anche se il capitale non può rendere, viene fatto credito lo stesso, magari con buona probabilità che il debitore non sia solvente: ma non è un problema! si impacchetta il tutto in un algoritmo che ne rappresenta il rischio, lo si stampa in un titolo e lo si vende.

Quello che è stato appena venduto è un pacco: intanto ti fai la bella vita, quando scoppia il casino si vedrà. Ma sarai già in un bell’atollo a riposare.

Poiché prima o poi il pacco si trasformerà in un pacco bomba, in circolazione c’è questa idea: «la creazione di una moneta unica globale. Potrebbe essere una nuova moneta, e qualora non fosse possibile, una valuta già dominante potrebbe prestarsi al gioco.

D’altronde come diceva il mitico Paul Volcker: «un’economia globale ha bisogno di una moneta globale».

Non sono così sicuro di aver rimediato… ma ci ho provato 🙂

In pratica, una volta persa la parità con l’oro e mancata la volontà politica di ristabilirla, la globalizzazione finanziaria è diventata l’unica strada percorribile per far star in piedi il sistema e i privilegi che garantiva.

I due shock petroliferi possono essere messi in relazione benissimo con una reazione concertata o meno dei paesi dell’OPEC al Nixon shock.

In pratica l’unico modo di garantire l’asimmetria del sistema monetario internazionale è stato creare un gigantesco schema Ponzi.

Insomma, democrazia e keynesismo non ti piacciano, i tuoi privilegi di finanziere non li vuoi perdere, ma sei consapevole che il liberismo non funziona: devi andare “fino in fondo” e rivoluzionare l’ordine sociale in modo che i privilegi conquistati vengano blindati.

Quindi non ci può essere nessun vero Glass Steagall Act o qualsiasi tipo di repressione finanziaria senza una nuova Bretton Woods.

Alberto fa notare che (in riferimento a quella parte di mondializzazione che si chiama UE) l’opposizione politica (intermedia) a questo processo emerge da una riflessione per cui: «apparirebbe evidente che governi democratici non sono strutturalmente in grado di opporsi alla deriva totalitaria di Bruxelles. Qui l’esempio eclatante è il presidente di uno dei due rami del nostro parlamento, che continuamente anela su Twitter a venir spossessata della sua sovranità. Fatti suoi, se non fosse che esistono seri dubbi che una carica istituzionale possa esprimersi nel senso di elogiare un progetto eversivo dell’ordine costituito (e qui ovviamente l’UE non interviene).

Quindi, in sintesi, abbiamo due paradossi pericolosissimi: le politiche di destra favoriscono la destra, ma solo la destra può liberarci dalle politiche di destra.»

Bazaar20 gennaio 2016 15:51
Ecco invece un bell’articolo di Alain de Benoist su Jean-Claude Michéa dove Patria/Nazione, Tradizione e principi lavorostici e di solidarietà sociale si sposano in termini più consueti al nostro dibattito.

Al di là del taglio filologico squisitamente storico-filosofico, le considerazioni sono in linea con i problemi radice della percezione, cognizione e organizzazione del pensiero politico della contemporaneità che abbiamo affrontato in questi spazi.

Sicuramente in linea anche con la prassi ideologica putiniana, piuttosto che con i viaggi messianici di Dugin.

Le fondamenta del socialismo: «[era necessario fornire] alla classe operaia e alle altre categorie popolari un linguaggio politico che permettesse loro di vivere la loro condizione con una certa fierezza e di dare un senso al mondo che avevano sotto gli occhi»

Peccato che l’autore non è riuscito a discriminare con chiarezza il concetto di modernismo reazionario (liberale o autoritario) dal progressismo sociale.

Però: «Il liberalismo culturale [dei partiti del lavoratori, ndr] annunciava già il capovolgimento nel liberalismo economico».

Infatti: «È, infatti, completamente illusorio credere che si possa essere durevolmente liberali sul piano politico o «societale» senza finire col diventarlo anche sul piano economico (come crede la maggioranza delle persone di sinistra) o che si possa essere durevolmente liberali sul piano economico senza finire col diventarlo anche sul piano politico o «societale» (come crede la maggioranza delle persone di destra). In altri termini, c’è un’unità profonda del liberalismo. Il liberalismo forma un tutto.»

Il totalitarismo liberale.

Arrivando: «Alla stupidità delle persone di sinistra che ritengono possibile combattere il capitalismo in nome del «progresso», corrisponde l’imbecillità delle persone di destra che ritengono possibile difendere al contempo i «valori tradizionali» e un’economia di mercato che non smette di distruggerli»

Bazaar20 gennaio 2016 15:52
Una “sinistra” «i cui dogmi sono l’antirazzismo, l’odio dei limiti, il disprezzo del popolo e l’elogio obbligatorio dello sradicamento [e] l’obiettivo non è più lottare contro il capitalismo, ma combattere tutte le forme di preoccupazione identitaria.
[I]l “migrante” [è] progressivamente divenuto la figura redentrice centrale di tutte le costruzioni ideologiche della nuova sinistra liberale, sostituendo l’arcaico proletario, sempre sospetto di non essere abbastanza indifferente alla sua comunità originaria.
[…]
Il popolo non si riconosce più in una sinistra che ha sostituito l’anticapitalismo con un simulacro di «antifascismo», il socialismo con l’individualismo radical chic e l’internazionalismo con il cosmopolitismo o l’«immigrazionismo», prova solo disprezzo per i valori autenticamente popolari, cade nel ridicolo celebrando al contempo il «meticciato» e la «diversità» , si sfinisce in pratiche «civiche» e in lotte «contro tutte le discriminazioni» (con la notevole eccezione, beninteso, delle discriminazioni di classe) a solo vantaggio delle banche, del Lumpenproletariat e di tutta una serie di marginali.
[…]
Minando alla base ogni possibilità di legittimare un qualunque giudizio morale (e, di conseguenza, rifiutando simultaneamente di comprendere l’uso popolare delle nozioni di merito e responsabilità individuale), la sinistra progressista si condanna inesorabilmente a consegnare ai suoi nemici di destra interi pezzi di quelle classi popolari che, a modo loro, non domandano altro che di vivere onestamente in una società decente […] In realtà, è proprio la stessa sinistra ad aver scelto, verso la fine degli anni settanta, di abbandonare al loro destino le categorie sociali più modeste e sfruttate, volendo ormai essere “realista” e “moderna”, ossia rinunciando in anticipo a ogni critica radicale del movimento storico che, da oltre trent’anni, seppellisce l’umanità sotto un “immenso accumulo di merci” (Marx) e trasforma la natura in deserto di cemento e acciaio.
[…]
il progetto socialista [così come espresso nella Costituzione, ndr](o, se si preferisce l’altro termine utilizzato da Orwell, quello di una società decente) appare proprio come una continuazione della morale con altri mezzi.
[…]
[Il problema è] la patetica incapacità di assumere [la] dimensione conservatrice della critica anticapitalistica a spiegare, in larga parte, il profondo smarrimento ideologico»

(Peccato per LaTouche che, come un batterio pop, si infila dappertutto)
Bazaar9 novembre 2015 18:17
Verissimo, e come ricorda Quarantotto, ampiamente dibattuto in questi spazi: dietro ai colossi tecnologici statunitensi non ci sono “imprenditori geniali”, ma squaletti lautamente foraggiati dal governo che detiene il signoraggio sugli scambi internazionali.

Lo stesso Facebook è notoriamente una creazione della governativa CIA.

Come notava Braudel, il capitalismo è dall’origine “storia di monopoli assicurati dallo Stato”.

Gran parte della letteratura economica, come illustra bene Chang in “Bad Samaritans” o, vicino a noi, il prof.Pozzi al recente convegno, è dialettica tra economisti che servono o meno gli interessi delle classi dominanti del proprio Paese.

La solita questione del “kicking away the ladder”, il calciare la scala con cui ci si è arrimpicati sull’albero.

Fate quello che dico, ma non fate quello che faccio.

L’FMI, l’OCSE e tutte le organizzazioni simili, non fanno altro che insegnare come diventare ricchi… rimanendo poveri.

La teoria dei “vantaggi comparati” su cui si basa il “libero scambio” – come ricorda Chang – è funzionale solo premettendo la condizione di “a tecnologia data”.

Da sempre. Ripeto: da sempre, chi ha il vantaggio tecnologico – e il relativo maggior valore aggiunto prodotto dal proprio sistema finanziario-industriale – ha convenienza a proporre trattati di libero scambio. Senza neanche prendere in esame la relazione tra tecnologia e settore militare.

La Rivoluzione francese è fondamentalmente il prodotto dell’Eden agreement, finito, come al solito, con il sistema produttivo francese a gambe all’aria e le teste tagliate dei governanti al grido: “casta-corruzione-brutto”.

Chi ha il monopolio della tecnologia oggi, è colui che sta imponendo il TISA, il TPP e il TTIP.

Pensa a quanto può essere ignorante uno che crede “veramente” alla liberismo, alla concorrenza perfetta, e al liberoscambismo….

Non è altro che propaganda funzionale a conservare i rapporti di forza, il dominio, lo schiavismo implicito nel lavoro-merce e l’assoggettamento colonialista ed imperialista.

Lo si sa da sempre, con rigore e chiarezza metodologica almeno dai tempi di List.

Bazaar9 novembre 2015 21:11
Siamo “condizionati” dalle ideologie, ma non di per sé portatori.

Un conto è il significato di “ideologia”, che magistralmente Marx chiama “falsa coscienza”: manipolazione indotta dalla struttura sociale oggettiva, e, simmetricamente, debolezza cognitiva soggettiva.

Certo, un’ideologia intesa come sistema di idee e di aspirazioni ideali ha senso a livello “partitico” e di propaganda: ma non in senso culturale, di coscienza collettiva. Di etica.

L’etica non è “falsa coscienza”: è un codice morale, di prassi comportamentale, che nella stessa effettività in cui si esprime indica un sistema di valori acquisiti. Una verità oggettiva hic et nunc. La soggettività che entra in sublime relazione con l’oggettività: la sconfitta di relativismo e nichilismo.

Almeno nel caso dei valori costituzionali che abbracciamo.

La cultura, l’etica e i valori sostanziali, non sono “ideologia”: sono coscienza.

Bazaar Florenskij

Bazaar10 novembre 2015 12:30
@Ruggero
Tra l’altro, Arturo mi faceva notare che l’incipt “sociale” nella “causazione circolare e cumulativa” nel rapporto individuo-società, risale almeno a Tommaso Moro: «nella sua Utopia Moro sosteneva che gli uomini, perfino i delinquenti, non sono intrinsecamente malvagi, ma tali diventano a causa della povertà e di cattive leggi legate a interessi privati (le enclosures che riducono alla miseria i contadini che ne vengono colpiti). Scrive Spini (Le origini del socialismo, Torino, Einaudi, 1992, pag. 8)

Politicamente, a livello “oggettivo”, “essenziale”, non è l’individuo a creare l’ambiente sociale in cui vive, ma è l’ambiente sociale in cui vive a creare l’individuo.

Stando con Marx: «Non è la coscienza degli uomini che determina la loro vita, ma le condizioni della loro vita che ne determinano la coscienza. »

Stando con Chang: «Non è che nei paesi arretrati non c’è lavoro perché la gente è pigra. Nei paesi arretrati la gente è pigra perché non c’è lavoro».

Stando con Winston Smith 🙂 «Il singolo individuo influenza la società in misura enormemente minore rispetto a quella in cui è influenzato dalla società stessa dal momento in cui viene messo al mondo.»

Mi azzarderei con: il primo comma dell’articolo 3 Cost. è l’ideologia: il secondo comma dello stesso articolo è l’etica, nel senso effettivo di prassi.

Il significato negativo assegnato da Marx all’ideologia (in tedesco rimane comunque il sostantivo Weltanschauung), permette quella sottile ma dirimente distinzione tra morale e moralismo: il “passaggio” dal secondo alla prima dovrebbe essere parte della crescita spirituale dell’uomo.

La dialettica “forma-sostanza” è potentissima, e sicuramente utile nell’ermeneutica e nei rapporti segno, significante, significato: «Quando gli uomini non possono cambiare le cose, ne cambiano il nome», a memoria, Jean Jaures

Soggettivamente, a livello “esistenziale”, il problema è simmetrico: non esiste il caso. Non dovrebbe essere difficile dimostrare che la soggettività, nell’impianto etico da cui nasce l’ordine sociale democratico sostanziale, prevede ciò che credo essere un principio cardine dell’etica umanistica: il libero arbitrio.

Caso e determinismo – a livello soggettivo, esistenziale – sono due facce della stessa medaglia che escludono il “libero arbitrio”: a livello oggettivo – essenziale – il problema è simmetrico: caso e determinismo lo permettono.

La tradizione in gran parte “empirica” da cui nasce il liberalismo, è determinista: così come il “protestantesimo” che possiamo definire sovrastruttura del liberismo economico e dei rapporti di produzione che rende effettivi. Entrambi – liberalismo e protestantesimo – negano il “libero arbitrio”. La teologia del mercato è fondata su questo concetto di deresponsabilizzazione. Da cui la necessità di Ubermenschen “a guardia del creato”, e “dell’Arte”, ovvero dell’atto creativo in potenza.

Quindi alla domanda di Winston Smith, e spero a cascata alle tue, la risposta che darei non è univoca: l’antitesi ad ESSI è socialmente da imputarsi al Caso. Soggettivamente è un atto di “libero arbitrio”

Bazaar10 novembre 2015 14:50
Verissimo: infatti nel liberalismo, come più volte emerso, i valori sono proprio invertiti.

Tantoché il libero arbitrio viene negato all’individuo (comune… l’Untermensch), rispondendo alle leggi della fisica classica che regolano i rapporti economici e sociali: la meccanica delle preferenze o, in seguito, delle “aspettative razionali”.

Ogni cosa che accade non può non accadere: se è successa una catastrofe non ne sono responsabile, io ne sono sono solo il messaggero (Soros, a memoria, in rif. degli attacchi speculativi a Lira e Sterlina del ’92)

Se “abbassi la guardia”, io non posso non colpirti: “è nella mia natura”.

“Mia natura” che per ESSI, è La Natura: la Legge.

Il salto logico è evidente: nell’individualismo assoluto del liberalismo, non esiste tra l’insieme complesso “individuo”, e l’insieme complesso di ordine superiore “collettività”, quell’insieme di relazioni (e attributi) per cui la somma degli elementi è diversa dal tutto, per cui questo “tutto” ha identità distinta (e attributi distinti): per il liberale la collettività non è una società.

L’unica istituzione che rappresenta l’Ubermensch – e che è dotata di un libero arbitrio per cui il rapporto con il resto della natura è di genere teodiceo – è il Mercato.

L’inversione dei valori – che necessita la nietzschiana “trasvalutazione dei valori” – consiste innanzitutto assegnando un libero arbitrio alla “natura”, all’oggettività, negandola all’individuo.

A cosa vuoi che serva il Parlamento?

Una burocratica ed inefficiente perdita di tempo.

«The administration of the great system of the universe … the care of the universal happiness of all rational and sensible beings, is the business of God and not of man.» Adam Self-command Smith

Bazaar29 luglio 2015 15:09
Innanzitutto, l’analisi sul fondatore di Paneuropa è estremamente interessante per chi fa un certo tipo di lavoro, come il nostro: un po’ il simbolo della ricostituzione di una nuova (?) nobiltà che trova nel modello medievista la propria vision, una riconciliazione tra l’estrema destra liberale, rappresentata dalla grande finanza ricardiana, dei Jevons e degli Spencer, e l’estrema destra conservatrice e tradizionalista, quella dei Burke e dei Joseph de Maistre.

Il matrimonio avviene in odio alle classi produttive, “capitalisti con le mani grassocce” – stando con Nietzsche – incluse.

D’altronde, la scuola austriaca non è altro che ideologia economica “sponsorizzata” dagli Asburgo, con buona pace di quei mononeuroni che si fanno chiamare libertarians. Menger docet.

Leggendo l’evoluzione di Kelergi si vede il non plus ultra dei tentativi di coordinazione sul fronte antisocialista: austriaci asburgici, angloliberali, democristiani ordoliberali… se li sommi non sono altro che il Sacro Romano Impero con l’aggiunta della finanza angloebraica.

Ci sarebbero libri da scrivere e, soprattutto, da riscrivere.

Ma le premesse per capirlo sono un minimo di conoscenza della storia del pensiero economico e della filosofia politica… e il punto dirimente è la prima.

Di operativo, però, faccio notare: “il piano Kalergi” proposto dai gatekeepers ad ispirazione nazifascista, presta il gioco alla dialettica imbecille con il piddinume tipo il blog linkato “a sunto”: la tesi è complottista e l’antitesi piddinica è negazionista… bene. Sintesi? un beato nulla. Ma la volontà “sezionalista” c’è, ed è voluta, senza la necessità di leggere Kalergi, perché non può non essere che così, e perché nella storia è sempre stato così: bastava vedere il disastro genocida che ha rappresentato l’impero britannico per capire cosa significa distruggere le sovranità statuali per un governo mondiale federale.

È vero che Kalergi, nelle sue giovanili visioni esoterico-lisergiche, vede un darwinismo da meticciato che polarizzerà le qualità per un funzionalismo sociale perfetto: ma, innanzitutto, la “razza” a cui dà valore è quella di classe, come sempre stato.

Il sangue non dipende dal colore della pelle, ma dallo “spirito” più o meno superiore: un faraone non è tale perché più bianco, ma perché espressione di potenza divina. La divisione in classi in funzione dell’etnia è semplicemente la conseguenza della trasmissione dinastica dello “spirito” tramite il sangue. (Tradotto, “ogni scarrafone è bello a mamma soja”)

Quella del “una pelle una razza”, è storicamente strumentale al colonialismo e all’imperialismo, per giustificare la manifesta violazione dell’etica giudaico-cristiana: il razzismo scientifico doveva sopire la dissonanza cognitiva. Tutta sovrastruttura ideologica. (Di cui gli antichi non avevano bisogno….).

Rispondi

Bazaar29 luglio 2015 15:10
Nietzsche, campione di elitismo, aborriva tanto l’antisemitismo quanto il nazionalismo a fini capitalistico produttivi – in quanto creava l’antitesi socialista e anti-schiavista – ma anche non poteva sopportare l’imperialismo guerrafondaio di quel capitalismo che poi darà vita al nazifascismo.

Nell’ottica funzionalista e medievista, per l’elitista – ovviamente – la razza e la classe coincidono. Il sangue non si può “comprare”.

Per Nietzsche, più grande “interprete” dell’etica della modernità, il massimo era il codice Manu, quello che regolava le caste indiane: un funzionalismo perfetto. L’immobilità sociale assoluta.

Checcavolo c’entrano queste considerazioni sui lavori di intelligence tipo “Protocolli dei savi di Sion” con un documento, come quello di Kalergi, che rappresenta l’ideologia moderna in cui il positivismo necessitava, con l’eugenetica, di codificare e “matematizzare” il razzismo di classe?

Nulla: la caciara del ’68 tra borghesi comunisti e proletari fascisti…

Il “piano Kalergi”, per chi ne ha letto qualcosa, si chiama “mondialismo”: e la sua visione pragmatica hayekiano economicistica si chiama “globalizzazione”. Quella che Kalergi chiamava Paneuropa, in hayekiano si chiama UE. Quello che chiamava Panamerica, in hayekiano si chiama NAFTA. Quello che chiamava Panatlantide (improbabile…), in hayekiano si chiama TTIP. Ha ragione Corey Robin: l’etica nietzschiana non trionfa politicamente con Schmitt o Strauss. Trionfa economicisticamente con Hayek.

Kalergi scrive di governi completamente privatizzati che non rispettano confini etnico-nazionali, ma macroregioni gestiti come grandi corporation. (Magari, dove ogni unità organizzativa “viene gestita come uno psicodramma”, stando con Elemire Zolla…)

Invece, per capire la strumentalizzare di Latouche e compagnia deflazionistica al seguito, è necessario capire Menger. E il cerchio è chiuso.

Visto che nessuno – ma proprio nessuno – capisce questi argomenti, un mediocre come Hayek si è trovato le tre università più influenti al mondo a gettare le fondamenta per la sua controrivoluzione distopica che ci stiamo godendo.

Comunque, tutto questo è riassunto dal diario lasciato da Winston Smith, ultimo uomo d’Europa.

Bazaar30 luglio 2015 10:36
Francamente non capisco il senso: Einaudi, a differenza di Spinelli, sapeva quello che diceva. Era una figura assolutamente contigua – anche per spessore – ai grandi reazionari antidemocratici e antisocialisti che auspicavano ad un ordine liberale del mercato e ai rapporti di classe conseguenti.

A inventare “famo l’Europa grande perché fuori c’è la Cina” è, in effetti, un frame nazieuropeista di cui il neoliberista Einaudi è stato primo spin doctor.

Non credo neanche che a Einaudi avrebbe fatto “ribrezzo” Monti, se non per la patente scarsa intelligenza: avrebbe, invece, provato una sincera simpatia per Draghi, che è di tutt’altra pasta e, non a caso, Luigino viene citato spesso dal nostro nasuto “vile affarista” (Cossiga riteneva che Marietto avesso un sensibile “fiuto” per gli affari).

Ma il punto che non mi sembra chiaro è: che differenza c’è tra il capitalismo sfrenato della dittatura finanziaria e il “liberismo […] concorrenziale e produttivo [che parte] dal piccolo”?

Provo a risponderti io: il primo è la realtà intorno a noi e la naturale conseguenza del “liberismo” da secoli, poco prima che vada tutto in vacca e si contino i morti. Il secondo si trova solo nei libri di testo del primo anno.

L’EURSS è solo il passo necessitato prima delle liberalizzazioni:

a) fase uno: propungnare il federalismo per la pace dei popoli facendo la guerra alla Russia e alla Cina

b) fase due: abbatti dogane e frontiere per il superstato federale e ti ritrovi il liberoscambio sfrenato, ingestibile e incontrollabile dalle comunità sociali sovrane (chiamate “Stati”)

c) fase tre: il potere “disperso” dalle comunità sociali viene raccolto tramite un sistema di “scatole cinesi” in qualche consiglio di amministrazione con sede all’isola di White (in cui i banchieri da ggiovani ballavano nudi).

d) fase quattro: il liberoscambismo, con l’apporto degli usuali vincoli sterni (euro, gold standard, Marina Britannica, Bomba atomica Yankee, ecc.), deindustrializza tramite i vantaggi comparati, rende il mercato viulnerabile agli shock asincroni, risolve gli sbilanci con austerità e spirali deflattive, e liberalizza il liberalizzabile: il liberismo segue, quindi, il liberoscambismo dell’EURSS.

e) fase cinque: tutto viene privatizzato in favore della classe dominante dei Paesi dominanti.

Questo è l’ideologia di cui era portatore Einaudi, e di quell’odiatore di piccole imprese e sindacati di Spinelli: lo Stato, espressione di volontà collettiva, va distrutto

Un post di Bazaar su Orizzonte48 http://orizzonte48.blogspot.it/2014/05/la-grande-societa-pan-europeismo-per-la.html?m=1

Se cade anche il muro dell’euro del prof. Alberto Bagnai

Se cade anche il muro dell’euro

12/05/2010

La crisi fa emergere il problema originario dell’euro, da sempre ignorato dai politici: una moneta unica nello spazio economico europeo è insostenibile

La levata di scudi dei politici europei contro i “mercati” è prova di ingenuità o di ipocrisia. La crisi dell’euro non dipende tanto dai “mercati”, quanto dal fatto che adottando l’euro la classe politica ha deliberatamente ignorato l’avviso della maggior parte degli economisti, i quali da tempo avvertono che una moneta unica europea non sarebbe sostenibile. Questa scelta politica ha ragioni ideologiche che è necessario individuare per valutare le possibili vie di uscita dalla crisi. Cosa comporta la rinuncia alle monete (e quindi ai tassi di cambio) nazionali? A chi conviene? E perché? Per chiarirlo ripercorriamo gli snodi della crisi greca.

Debito pubblico e debito estero

Il problema della Grecia deriva non tanto dal fatto di avere un grande debito pubblico, quanto dal fatto che il suo debito è detenuto da non residenti, cioè è debito estero. A riprova che col debito pubblico si può convivere citiamo il Giappone, che ha, lui sì, un enorme debito pubblico, pari al 217% del proprio Pil, cioè al 17% del Pil mondiale (quello greco è appena lo 0.7%). Perché questo debito non preoccupa i mercati? In effetti, in Giappone il settore privato risparmia tanto da prestare all’estero circa 2000 miliardi di dollari, oltre a quanto presta al proprio governo. Il Giappone è il più grande creditore estero mondiale: in caso di problemi potrebbe sempre finanziare la propria economia facendosi restituire i soldi prestati all’estero. Questo la Grecia non può farlo, perché è pesantemente indebitata con l’estero, per più del 100% del proprio Pil. Prestereste più volentieri 10 000 euro a un amico che ha dieci appartamenti, o 100 a un amico disoccupato?

Debito estero e spesa nazionale

I paesi si indebitano se le spese superano le entrate. Consideriamo il problema in termini di commercio estero: se un paese importa (cioè acquista) più beni di quanti ne esporta (vende), dovrà farsi prestare dall’estero il necessario per coprire la differenza fra spese e incassi. Quindi la contropartita di un deficit della bilancia dei pagamenti è un aumento del debito estero. Prima delle rispettive crisi Stati Uniti, Islanda, Grecia (e Argentina, Tailandia,…) avevano un rilevante deficit estero, spesso in presenza di deficit e debito pubblico nella norma (si veda l’articolo “Anche l’Europa ha i suoi stati subprime“). Insomma, queste crisi sono tutte inquadrabili in definitiva come crisi di bilancia dei pagamenti. Qui entra in gioco il tasso di cambio

Debito estero e tasso di cambio

In teoria per ridurre l’indebitamento estero un paese ha due strade: contenere la spesa o svalutare. Ma i paesi appartenenti a una unione monetaria non possono svalutare: possono solo attuare politiche restrittive.

Queste migliorano i conti con l’estero riducendo le importazioni: se la gente ha meno soldi da spendere, spende meno anche in beni esteri. La disoccupazione aumenta, perché se la spesa nazionale cala, alcune imprese devono chiudere. L’aumento dei disoccupati contiene i salari, e col tempo le merci nazionali diventano più convenienti e le esportazioni aumentano: alla domanda nazionale si sostituisce domanda estera, e le cose tornano a posto. Questo è il percorso, non breve, che si prefigura per la Grecia.

Anche la svalutazione sostituisce domanda estera a quella nazionale, ma in modo più rapido e meno devastante: svalutando il paese rendeimmediatamente più costose le merci estere (e ne acquista di meno) eimmediatamente più convenienti le proprie (e ne vende di più), “isolando” il mercato del lavoro dallo shock. Questo è quello che ha fatto l’Islanda, che dopo la crisi ha svalutato del 133%.

Certo, il gioco non può durare all’infinito. Chi svaluta paga di più le merci importate e quindi importa inflazione, minando la propria competitività. Ma perché usare un solo strumento? Si potrebbe svalutare nel breve periodo e mettere i conti in ordine nel medio. Dal novembre 2008 l’Islanda ha stabilizzato il cambio impegnandosi in un percorso di risanamento: non ci sono stati morti per le strade. C’è stata sì l’eruzione di un vulcano, ma nessuno pensa che dipenda dalla svalutazione (fatto salvo forse qualche funzionario della Bce).

Dove sta scritto che un governo deve avere solo uno strumento a disposizione?

Maastricht e le zone monetarie ottimali

Sta scritto nel trattato di Maastricht. Con la moneta unica i paesi dell’eurozona si sono privati di uno dei due strumenti disponibili per riequilibrare i conti con l’estero, quello più rapido (e quindi più adatto per la gestione delle emergenze): la svalutazione.

Potevano permetterselo? Al di là dell’evidenza dei fatti, diamo per una volta agli economisti il merito che spetta loro: il primo a dichiarare che nonpotevano permetterselo è stato James Meade nel 1958 (sì, cinquantadue anni fa), e i motivi sono stati chiariti nel 1961 da Robert Mundell, che per questo ha preso nel 1999 il premio Nobel.

Le condizioni che rendono sostenibile l’adozione di una moneta unica sono quattro: [1] flessibilità di prezzi e salari, [2] mobilità dei fattori di produzione, [3] integrazione delle politiche fiscali e [4] convergenza dei tassi di inflazione. Il loro ruolo è chiaro alla luce del fatto che, come abbiamo chiarito, ai paesi che non possono svalutare rimane solo la strada “lacrime e sangue”. Quest’ultima è meno dolorosa se prezzi e salari reagiscono rapidamente ai “tagli” (la flessibilità al ribasso dei salari ripristina più in fretta la competitività del paese), e se i disoccupati possono trovare lavoro nei paesi membri più fortunati (la mobilità riduce i costi sociali dei tagli). L’integrazione delle politiche fiscali a livello sopranazionale permette interventi di sostegno delle zone in difficoltà. La convergenza dell’inflazione, poi, è cruciale per la sostenibilità della moneta unica: se in un paese i prezzi crescono più in fretta della media, nel lungo andare le sue esportazioni diminuiranno e il paese accumulerà debito estero.

Mezzo secolo di studi mostra che nei paesi dell’eurozona queste quattro condizioni non sussistono: la flessibilità dei prezzi e dei salari e la mobilità del lavoro sono insufficienti, l’integrazione delle politiche fiscali è di là da venire, e circa la convergenza dell’inflazione, ricordiamo che dal 1999 in media tutti i paesi dall’area euro hanno avuto inflazione più alta della Germania (perdendo competitività rispetto ad essa). Il paese che ha retto meglio il confronto è stato la Finlandia (con solo 0.1 punti di inflazione in più). I peggiori sono stati Irlanda (1.7 punti in più), Grecia (1.6), Spagna (1.5) e Portogallo (1.2), il che spiega appunto quanto sta accadendo (perdita di competitività, deficit di bilancia dei pagamenti, accumulazione di debito estero, crisi).

Economia e ideologia: le “riforme strutturali”

Il trattato di Maastricht ignora le condizioni dettate dalla teoria economica (flessibilità, mobilità, integrazione, convergenza dell’inflazione) e insiste sul debito pubblico (irrilevante per la teoria), con l’intento di propugnare la riduzione del peso dello Stato nell’economia, e di evitare riferimenti alla reale natura del problema. Quale sia lo suggerisce Mario Nuti in unintervento nel suo blog, dove dichiara la sua insofferenza verso il termine “riforma strutturale” che, dice lui, in tempi recenti ha significato soprattutto il trasferimento di potere d’acquisto dai più deboli agli speculatori. Vogliamo fare un passo in più? Ricordiamoci allora che in Italia prima dell’euro non si parlava proprio di “riforme strutturali” (che significano precarietà – pardon, mobilità – del lavoro, perdita di potere d’acquisto dei lavoratori – pardon, flessibilità dei salari). Il perché è chiaro: gli aggiustamenti macroeconomici allora non dovevano inevitabilmente passare per il mercato del lavoro.

L’approccio di Mundell non è ideologico: Mundell non dice che i salaridevono essere flessibili e i lavoratori devono essere “mobili”. Dice solo che se non lo sono, allora è meglio non costituire una unione monetaria. Il problema di Mundell non è “vendere” il paradigma della “flessibilità” (nel 1961 non se ne parlava), è solo capire in quali condizioni un’unione monetaria è sostenibile.

L’approccio di Maastricht viceversa è ideologico. Adottare una moneta unica in un’area nella quale essa non è sostenibile impone surrettiziamente e ideologicamente ai paesi membri una rincorsa affannosa dei requisiti necessari (flessibilità, mobilità, ecc.), presentati come mero dato “tecnico” e non come esplicita scelta politica (e quindi sottratti a un reale dibattito democratico). Non è un caso se i governi che ci hanno imposto l’euro sono passati alla storia come governi “tecnici” (altra parola di cui diffidare).

Il crollo del muro

La crisi dell’euro è il crollo di un muro ideologico: un secondo muro di Berlino, eretto a difesa della competitività tedesca e dell’ideologia della flessibilità, travolto non tanto dai “mercati”, quanto dall’assenza di razionalità economica. Da anni gli economisti avvertono che nell’eurozona non esistono le condizioni per la sostenibilità di una moneta unica. I politici hanno proceduto per la loro strada, e ora devono gestire le conseguenze della loro scelta. Dare la colpa a generici altri (i “mercati”) non li aiuterà.

Agli elettori di sinistra italiani l’adesione all’euro è stata venduta come una vittoria della loro parte politica, dettata dal bisogno di evitare all’Italia il destino dell’Argentina. I dati mostrano che l’Argentina è incorsa in una crisi debitoria a causa della perdita di competitività determinata dalla “dollarizzazione” della sua economia, esattamente come la Grecia è incorsa in una crisi dopo l’“euroizzazione” della sua economia. L’euro è stato causa, non rimedio.

La teoria delle zone monetarie ottimali implica che l’euro è stato una vittoria politica di chi desiderava che in Europa gli aggiustamenti macroeconomici si scaricassero integralmente sul mercato del lavoro (traducendosi in “lacrime e sangue”). Vi sembra una vittoria della sinistra?

Un’analisi seria delle vie di uscita parte anche dalla risposta a questa domanda.

 

la fonte: http://www.sbilanciamoci.info.

CAMBIARE TUTTO PER NON CAMBIARE NIENTE

CAMBIARE TUTTO PER NON CAMBIARE NIENTE[1]

Una spregiudicata analisi
della politica economica del nostro Paese

Augusto Graziani

Manterrò le mie osservazioni al livello del commento ad eventi che mi sembrano degni di essere ripercorsi e ricostruiti dell’esperienza italiana di quest’ultimo decennio. Cercherò di fare una sorta di ricostruzione logica degli eventi, anche se, come tutte le ricostruzioni logiche, forse peccherà per mancanza di alcuni elementi interni.

Un punto di partenza di questa ricostruzione, forse, possiamo trovarlo in quello che, con un termine un tantino esagerato e drammatico, potremmo chiamare il capovolgimento della politica valutaria del nostro Paese nel 1979, l’anno dell’adesione al sistema monetario europeo.

Negli anni precedenti al ‘79, le autorità monetarie italiane avevano seguito la famosa linea della svalutazione differenziata, approfittando del regime di cambi flessibili (che tecnicamente consentiva questa manovra), cercando .di tenere la lira tendenzialmente svalutata rispetto all’area del marco, in maniera da favorire le esportazioni e cercando, invece, di ridurre la svalutazione nei confronti del dollaro, per ridurre il costo delle importazioni. Attraverso questa manovra del cambio, in quegli anni di cambi flessibili sul piano internazionale e di continua inflazione che le autorità sembravano disposte ad accordare, si era messa in moto una spirale di svalutazione e inflazione, di aumenti dei salari monetari, con probabile riduzione dei salari reali che, in fondo, favoriva gli esportatori e gli imprenditori in generale.

Dopo il ‘79, viceversa, con l’adesione al sistema monetario europeo, il rapporto di cambio con il marco doveva essere tenuto tendenzialmente stabile e quindi la politica valutaria si è mossa entro vincoli molto diversi. A partire dall’’80, poi, il dollaro, invece di svalutarsi rispetto al marco, aveva iniziato la sua corsa ascendente che è durata fino a poche settimane or sono.

In questo diverso contesto internazionale, però, anche le autorità italiane fanno scelte diverse. Se noi osserviamo i fatti come si sono svolti, ci accorgiamo che le autorità monetarie hanno cercato di tenere duro rispetto al marco, per cui la svalutazione della lira è stata molto inferiore rispetto al differenziale dei prezzi interni dei due Paesi e oggi la lira, in termini reali, si è rivalutata sul marco, in confronto al 1979. Viceversa, rispetto al dollaro, la lira si è svalutata come tutte le altre valute mondiali, ma si è svalutata ancora di più di quello che i prezzi monetari interni dei due Paesi non segnalassero; per cui attualmente la lira è sottovalutata rispetto al dollaro, a partire dallo stesso anno di riferimento.

Qual è il senso di questa politica? Non è, ovviamente, quello di ottenere degli scopi diretti, perché in questo modo si penalizzano le esportazioni verso l’area europea. E’ vero che si incoraggiano le esportazioni verso l’area del dollaro, però questa è un’area nella quale l’industria italiana stenta ancora ad entrare in massa, anche perché la rivalutazione del dollaro su tutte le altre valute, così come ha favorito gli esportatori italiani, ha favorito anche gli esportatori di altri paesi. Ne deriva che non c’è un vantaggio differenziale specifico portato unicamente e selettivamente all’economia italiana. Ne consegue che non ci sono elementi razionali diretti per questo capovolgimento della politica valutaria; ci sono tuttavia degli elementi razionali indiretti.

Forzare la ristrutturazione
È stata una dichiarazione ufficiale dell’allora Ministro del Tesoro Andreatta ad indicare una linea interpretativa, anche se non completa, di questo cambiamento di rotta.

Andreatta dichiarò che l’unico modo per stroncare l’inflazione in Italia era quello di tenere stabili i cambi esteri, in maniera che gli imprenditori non potessero più aumentare liberamente i prezzi interni comunque confidando su una susseguente svalutazione della lira per non perdere i mercati esteri. Bloccando il cambio estero, così come gli accordi del sistema monetario europeo consentivano od obbligavano a fare, gli imprenditori si sarebbero trovati costretti a stabilizzare anche i prezzi interni.

Veniva quindi annunciato un cambiamento nella politica valutaria, per utilizzare la politica valutaria come strumento di stabilizzazione monetaria interna. In realtà, forse, questa dichiarazione ufficiale di intenti non solo non era completa, ma non era nemmeno totalmente veritiera, perché noi oggi vediamo con grande chiarezza come è stata realizzata questa stabilizzazione rispetto al marco. Come dicevo prima, la lira si è svalutata rispetto al marco, in questi sei anni, molto meno di quello che i prezzi interni avrebbero dovuto imporre. Però la stabilizzazione interna della lira non si è avuta e il differenziale di inflazione fra Italia e Germania si è ridotto di qualche punto, ma non si è affatto annullato.

Allora è evidente che si voleva qualche cosa di diverso. Quello che si voleva era costringere gli imprenditori italiani in una sorta di morsa fra un cambio estero tendenzialmente stabile e un’inflazione interna minore di quella del decennio precedente (anche se il differenziale di inflazione fra Italia e Germania è tuttora molto sensibile), tale da obbligare gli imprenditori a una profonda, veloce e radicale manovra di ristrutturazione per aumentare la produttività del lavoro e riguadagnare, in termini di produttività, quello che gradualmente avrebbero perso in termini di competitività di prezzo. Questa manovra valutaria, che Andreatta aveva annunciato come strumento di politica monetaria interna, in realtà è stato lo strumento maggiore di politica industriale che le nostre autorità economiche hanno utilizzato negli ultimi 5 o 6 anni, a partire dal ‘79. La conseguenza è che nell’economia italiana anche l’inflazione ha cambiato aspetto e dobbiamo abituarci a pensare all’inflazione di oggi come a un fenomeno in parte diverso da quello degli anni ‘70. Negli anni ‘70 l’inflazione era in definitiva qualcosa di desiderato, sollecitato dalle imprese, perché l’inflazione consentiva di erodere continuamente i salari reali, veniva seguita puntualmente dalla svalutazione esterna, non danneggiava cioè dal lato dei mercati, facilitava i rapporti tra capitale e lavoro, non imponendo uno scontro diretto sui salari monetari. Le imprese, in definitiva, erano tendenzialmente inflazioniste. E, infatti, negli anni ‘70 la grande industria italiana non si opponeva mai ad aumenti del salario monetario. Il famoso accordo sul punto unico di contingenza, nel ‘75, fu raggiunto con la benedizione della grande industria, proprio perché in termini monetari, data la continua spirale salari-prezzi-cambi esteri, tutto era diventato soltanto una questione di registrazioni.

Oggi, viceversa, con la politica del cambio esterno stabile, specialmente nei confronti delle valute europee, l’atteggiamento degli imprenditori verso l’inflazione si è capovolto. Oggi l’aumento dei prezzi interni non può più essere trasferito prontamente in una svalutazione della lira e, quindi, si riflette immediatamente in una perdita di competitività sui mercati. La grande industria italiana ha immediatamente registrato questo capovolgimento della situazione e oggi il primo caposaldo della battaglia della grande industria è contrastare l’aumento dei salari monetari; e, quindi, abbiamo assistito all’attacco alla scala mobile, e a tutte le altre battaglie che ruotano intorno alla riduzione del costo del lavoro. L’inflazione anziché desiderata, è oggi un fenomeno al quale le imprese guardano con preoccupazione e per il quale cercano rimedi, come vedremo, in varie direzioni, sia nell’ambito del settore privato, sia nell’ambito del settore pubblico.

Il nuovo segno dell’inflazione
Che l’inflazione abbia cambiato non solo la sua funzione, se così possiamo dire, ma anche le sue fonti, è un dato conosciuto a tutti e, direi, da tutti accettato. Ormai nessuno attribuisce più l’inflazione alla spinta salariale; questa si è moderata, i costi del lavoro sono andati decrescendo, la conflittualità si è ridotta grandemente.

L’inflazione però, se è diventata un fenomeno sgradito alle imprese, è diventata, invece, in questi anni, un ingrediente essenziale della politica economica, perché proprio in questo accoppiamento di inflazione interna e stabilità del cambio consiste quella tenaglia di cui le autorità monetarie si servono per la politica industriale: cioè per obbligare le imprese a una rapida ristrutturazione.

Quindi non è più un’inflazione salariale; se vogliamo c’è una componente internazionale che proviene dall’aumento del corso del dollaro. Ma è anche un’inflazione finanziaria, e su questo ritornerò più in là, perché deriva anche dagli oneri finanziari crescenti; è anche un’inflazione di Stato, in parte, perché deriva dall’aumento continuo e regolare dei prezzi amministrati e dei prezzi controllati. E’ stato proprio il settore dei prezzi amministrati che, invece di effettuare un’opera di stabilizzazione, ha assunto un ruolo di leadership nell’aumento dei prezzi, in piena coerenza con questa impostazione dell’inflazione interna come arma di politica industriale. Come conseguenza si è avuta una ristrutturazione velocissima dell’industria italiana, con calo generale dell’occupazione e un calo ancora più veloce in quella che l’ISTAT chiama la “grande industria”; un aumento diffuso compensativo del settore sommerso (lavoro nero, lavoro grigio, lavoro informale, chiamiamolo come vogliamo), e un aumento compensativo anche dell’occupazione nel settore terziario; occupazione improduttiva, dovremmo chiamarla, dovuta ovviamente a ragioni di stabilità, di consenso. Fin qui ci muoviamo su un terreno noto e molte volte analizzato. E ovvio, però, che le conseguenze vanno anche più in là. Per quanto veloce, l’opera di ristrutturazione non è ancora arrivata a ricollocare l’industria italiana esportatrice nei mercati internazionali nella misura dovuta. La sopravvalutazione della lira nei mercati europei si fa sentire e i risultati si vedono nella bilancia commerciale, che è passiva. Le esportazioni sono costantemente al di sotto delle importazioni, c’è un disavanzo nella bilancia commerciale. Ma le autorità sanno benissimo che questo disavanzo è la conseguenza inevitabile della loro politica monetaria e quindi hanno, con grandissima flessibilità, effettuato un altro capovolgimento di politica monetaria, pienamente coerente con quello che ho detto prima. Hanno, cioè, deciso, ormai da diversi anni, di accettare il disavanzo nella bilancia commerciale ed hanno provveduto a compensarlo — non correggerlo, compensarlo — con un avanzo corrispondente nei movimenti di capitali. Questa è una vera rivoluzione nella politica delle autorità monetarie, perché tutti noi ricordiamo i discorsi che faceva il governatore Carli una decina di anni fa, quando nelle sue dichiarazioni (diciamo pure antisindacali, antisalariali) invocava la politica dei redditi.

Carli diceva: non illudiamoci sul fatto che un disavanzo nella bilancia commerciale possa forse essere compensato da un avanzo nei movimenti di capitali, perché questa è una linea di politica economica che noi, Banca d’Italia, non intendiamo seguire. Noi non riteniamo che la bilancia dei pagamenti debba compensarsi, pareggiarsi nel suo complesso, perché fare affidamento sulle importazioni di capitali è una mossa rischiosa, è sempre segno di un’economia malata, significa vivere a spese di altri Paesi, significa consumare a credito di altri. Per noi, autorità monetarie, la politica economica sana è quella di un pareggio nella bilancia commerciale. Noi dobbiamo pagare le merci che importiamo dall’estero con altre merci vendute, non dobbiamo consumare a credito.

Il mercato finanziario
Oggi, la politica della Banca d’Italia è radicalmente cambiata. Oggi, le autorità monetarie assumono come una conseguenza inevitabile il disavanzo nella bilancia commerciale e fanno una politica di tassi d’interesse elevati, proprio per attirare capitali dall’estero e per impedire fughe di capitali — le due cose convergono sullo stesso obiettivo — che compensano il disavanzo nei movimenti di merci.

L’Italia è diventata rapidamente uno dei Paesi più indebitati del mondo, certamente uno dei più indebitati dei Paesi industrializzati. Se questa sia una politica saggia o no. lo vedremo evidentemente negli anni futuri. Quello che, però, si può dire è che se l’Italia è riuscita in questa politica, diciamo pure ardita, di governare un disavanzo nei movimenti di merci e pilotare al tempo stesso un avanzo equivalente nei movimenti di capitali, questa operazione non può riuscire soltanto giocando di speculazione sui tassi d’interesse. Si può realizzare evidentemente solo nell’ambito di un consenso internazionale Tutti noi ricordiamo quando, una decina d’anni fa, le grandi banche internazionali avevano convenuto che l’Italia non fosse più un Paese degno di fiducia: esisteva un rischio Italia, non si facevano più prestiti all’Italia. Oggi il clima, diciamo pure il clima politico internazionale che circonda l’economia italiana, è totalmente cambiato. Con questa ondata di indebolimento del sindacato, di craxismo, di reaganismo (chiamiamolo come vogliamo), l’Italia è diventata un Paese per bene. È diventata un paese al quale si possono confidare i propri capitali finanziari e, quindi, è vero che, da un lato, le imprese italiane pubbliche e private vengono incoraggiate a cercare prestiti su mercati esteri; è vero che le banche italiane vengono incoraggiate ad indebitarsi verso le banche straniere; però è anche vero che tutte queste richieste di credito trovano all’estero dei finanziatori pronti e generosi. È altrettanto vero che i grandi istituti bancari del mondo occidentale sono lietissimi di aprire crediti al mondo finanziario italiano.

Quindi questa manovra non solo si muove entro una sua coerenza interna, ma si muove in un ambito di consenso internazionale, del quale le importazioni di capitali sono la prova più tangibile, al di là di tutte le manovre tecniche sui tassi d’interesse. Tuttavia, le manovre sui tassi d’interesse ci sono: l’Italia ha tassi di interesse elevatissimi. Io dicevo che il differenziale di inflazione con la Germania occidentale non si è ridotto di molto, però siccome la Germania occidentale ha quasi azzerato la sua inflazione (l’aumento dei prezzi all’ingrosso è quasi zero, o addirittura negativo, mi pare, in uno degli ultimi trimestri), in corrispondenza anche il tasso assoluto d’inflazione dell’economia italiana è caduto, ma questo non ha comportato nessuna caduta nei tassi d’interesse.

Quando gli imprenditori si lamentano di questi oneri finanziari eccessivi, la Banca d’Italia risponde inflessibile che questo è necessario per evitare fughe di capitali, ed ha ragione, perché sostiene la manovra di importazione di capitali. Ma il risultato è, evidentemente, che gli oneri finanziari sono diventati un grosso peso per le imprese.

Ma le nostre autorità monetarie hanno pensato anche a questo. Noi tutti ricordiamo che, anni addietro, quando vi era un’inflazione ancora più elevata e vi erano tassi d’interesse assai elevati, gli oneri finanziari avevano quasi annullato i profitti industriali. Alcuni si lamentavano molto di questa situazione, altri facevano osservare che, in fondo, il profitto era sempre lì, solo che gli imprenditori lo avevano fatto scomparire dalla tasca industriale e lo avevano fatto ricomparire nella tasca finanziaria; profitti magri per il settore industriale, profitti grassi per il settore finanziario, nessun motivo di preoccupazione. In sostanza: avere pieno il cassetto di destra o quello di sinistra non sposta molto la situazione del grande capitale.

Imprese e disavanzo pubblico
Però, negli anni successivi, dopo il ‘79, si è fatto qualche cosa di più per aiutare il settore industriale a ripareggiare i propri conti con le banche, per ovviare al fatto che, ridottasi l’inflazione, i tassi d’interesse non sono caduti in maniera proporzionale.

Dal punto di vista finanziario avremmo dovuto aspettarci un peggioramento della posizione delle imprese industriali, perché, appunto, i tassi d’interesse reali sono molto più alti oggi di quello che non fossero dieci anni fa. E allora come si spiega il fatto che, invece, l’industria italiana ha ripareggiato i propri conti e non è più gravemente indebitata verso il settore bancario? Lo si spiega proprio con il disavanzo del settore pubblico.

Il settore pubblico, con manovra provvida, ha gestito i propri conti in enorme e crescente disavanzo, come sappiamo; questa è una delle cose più note, più dibattute, più deprecate sulla scena economica e politica del nostro Paese. Ma quando il settore pubblico gestisce il proprio bilancio in disavanzo, quale che sia la destinazione della spesa, cosa che adesso è difficile da conoscere ed ancor più difficile da giudicare, c’è comunque un effetto monetario immediato in quanto attraverso il disavanzo del settore pubblico viene immessa nel sistema economico una liquidità tutta particolare, una liquidità, cioè, che per le imprese non comporta il ricorso al sistema delle banche.

Se il settore pubblico viene gestito in pareggio, e cioè la spesa pubblica è coperta con le imposte, il settore pubblico non aggiunge e non toglie una lira di liquidità, si limita a prendere da una parte e a spendere dall’altra; le imprese ottengono liquidità aggiuntiva soltanto dal settore bancario con il conseguente indebitamento. Quando invece c’è un disavanzo nel settore pubblico, finalmente è lo Stato che s’indebita verso la Banca Centrale, con un allargamento della base monetaria, o si indebita verso i risparmiatori, aumentando la velocità di circolazione della moneta.

Ma in entrambi i casi le imprese ottengono flussi di liquidità che per loro non sono un debito, liquidità sulla quale non devono pagare interessi. È stato proprio il disavanzo del settore pubblico che ha riequilibrato i conti del settore industriale verso il settore finanziario.

Si parla molto del disavanzo nel settore pubblico e si osserva che questa offerta continua di titoli sui mercati finanziari, questo rastrellare di continuo liquidità dai risparmiatori per convogliarla verso i titoli pubblici e le casse dello Stato avrebbe spiazzato le imprese italiane dal mercato finanziario. Si osserva inoltre che con un’offerta di titoli pubblici a tassi d’interesse così vantaggiosi, le imprese industriali si sarebbero trovate nell’impossibilità di competere con la conseguenza che se non riuscissero più a finanziarsi sul mercato, sarebbero state spiazzate. Sarà anche vero, ma è irrilevante, perché con l’immissione di liquidità derivante dal disavanzo dello Stato le imprese realizzano profitti tali per cui non hanno più alcun bisogno di ricorrere al mercato finanziario. Saranno state spiazzate dal mercato finanziario, ma sono rimpiazzate sul mercato delle merci, dove realizzano dei profitti tali che consentono un comodo autofinanziamento. Si è parlato giustamente di una crisi fiscale dello Stato. Questo è vero, però come il disavanzo della bilancia commerciale è un disavanzo voluto, così anche il disavanzo nel settore pubblico — non so dire se voluto o non voluto — certamente si armonizza in una manovra politica complessa e nel suo insieme coerente. E di questa crisi fiscale dello Stato, dobbiamo a questo punto dare un giudizio molto più circostanziato e qualificato. Se apriamo il giornale, noi leggiamo che il disavanzo nel settore pubblico è dovuto a un eccesso di spesa, al fatto che ci sia stata un’esplosione della spesa pubblica per sussidi, pensionamenti, cassa integrazione; altre forme di trasferimenti personali e che, quindi, è necessario ridurre la spesa pubblica proprio nel settore dei trasferimenti personali, per riequilibrare le finanze dello Stato. Si è dato troppo al cittadino utente-consumatore e adesso basta: tagliamo sulle scuole, tagliamo sulle università, tagliamo sulla sanità, tagliamo su tutto quello che si può tagliare: sono le spese che vanno tagliate. Vorrei osservare che certamente per il cittadino utente, consumatore, sussidiato, beneficiato, quello che conta è il livello della spesa pubblica. Quando però la spesa pubblica viene gestita in disavanzo, come avviene negli ultimi anni dell’economia italiana, c’è un altro beneficiario al di là del consumatore, pensionato, assistito, e questo è il settore industriale, per le ragioni che dicevo prima. Quindi, il disavanzo del settore pubblico italiano ha svolto la sua funzione, anche e soprattutto, nei confronti del settore industriale. Se parliamo di settori che hanno tratto vantaggi dal livello della spesa pubblica e dal fatto che essa sia stata gestita in disavanzo, dobbiamo ricordarci che il primo ad essere stato avvantaggiato è il settore industriale, ed è per questa ragione che i progetti di riequilibrare il disavanzo, eliminare, ridurre, rientrare, come si dice oggi, dal disavanzo del settore pubblico, sono progetti che riscuotono sicuramente l’approvazione dell’uomo della strada, perché un debito è sempre una cosa negativa, ma in definitiva non fanno grande presa sul settore industriale, che è il più interessato.

La disoccupazione selettiva
Questa esplosione del disavanzo e della spesa è stata utilizzata con sagacia, come dicevo prima, e non solo ha avuto l’effetto finanziario di rimettere a posto i conti delle imprese, ma evidentemente è stata utilizzata anche per una serie di assunzioni nelle pubbliche amministrazioni, per allentare ed alleviare la situazione del mercato del lavoro, che altrimenti sarebbe stata molto più pesante. Infatti se noi andiamo a guardare il bilancio complessivo del mercato del lavoro, ci accorgiamo di un’anomalia, a prima vista, che distingue il mercato del lavoro italiano da quello degli altri Paesi. Ci accorgiamo infatti che l’Italia, pur essendo il Paese che aveva l’industria più arretrata e bisognosa di ristrutturazione, il paese che ha un disavanzo nei conti con l’estero da far rizzare i capelli, il Paese che ha un disavanzo nel settore pubblico che toglie il sonno e l’appetito ai nostri Ministri delle Finanze e del Tesoro, tuttavia è il Paese che in fondo ha meno disoccupazione complessiva di altri Paesi europei.

L’Italia ha concentrato la sua disoccupazione nel settore industriale, l’ha ultraconcentrata nel settore della grande industria, ma se facciamo la somma di tutti i settori e ci mettiamo anche il terziario, e consideriamo occupati tutti quelli che percepiscono uno stipendio, l’Italia ha più occupati, in totale, di quelli che aveva nel 1979 e non ha avuto la brusca ondata di disoccupazione che, invece, ha avuto la Gran Bretagna e, in parte, anche la Francia. Ma si tratta ancora una volta di una conseguenza dell’intera manovra, perché proprio questo aumento del disavanzo nel settore pubblico ha consentito di fare, in sostanza, questa politica di occupazione improduttiva e di consenso, che ha alleviato la situazione nel mercato del lavoro.

Tuttavia, dobbiamo chiederci a che cosa conduce l’insieme di questa manovra; perché se è vero che conduce ad una profonda ristrutturazione nell’industria e ad un grado di disoccupazione, tutto sommato, tollerabile, però conduce a una trasformazione profonda nella struttura del mercato del lavoro: sempre meno occupati in attività produttive e sempre più occupati in altre due direzioni. O nel lavoro nero, disperso e frammentato — i cosiddetti lavoratori indipendenti — oppure nel lavoro improduttivo, nel settore terziario, dei servizi, banche, assicurazioni, studi commerciali, consulenti fiscali, aziendali e così via.

Allora è evidente che dal punto di vista della struttura occupazionale l’economia italiana sta facendo dei passi indietro, perché si carica sempre di più, da un lato, di lavoratori non protetti, e quindi di un settore che socialmente è inaccettabile, e dall’altro di lavoratori improduttivi, che sul piano normativo e del trattamento sono privilegiati, ma nel quadro dell’economia nazionale sono comunque un peso improduttivo.

Aggiornamento o innovazione?
Qual è allora la strada che si può individuare per contrastare questo processo? E ovvio che la via di uscita viene indicata concordemente da tutti proprio nella innovazione tecnologica, nel progresso, che consentirebbe di ricollocare l’industria italiana nel mercato internazionale e, per questa via, consentirebbe la ripresa. Io vorrei, anche senza averne la competenza, e quindi soltanto con lo scopo di formulare dei punti interrogativi, chiedermi o chiedervi in che cosa consiste effettivamente questo processo di ristrutturazione, di innovazione tecnologica che l’industria italiana ha accelerato negli ultimi anni e si propone di continuare negli anni a venire.

Perché io ho l’impressione che qui ci sia, non voglio dire una confusione di concetti, perché sarebbe offensivo, ma certamente una sottile dissolvenza di definizioni fra due fenomeni che, viceversa, sono diversi. L’uno è quello del semplice aggiornamento tecnologico. Aggiornamento tecnologico vuol dire comprare i macchinari più avanzati. L’aggiornamento tecnologico è quello che faccio io se butto via questo vecchio orologio a molla di 25 anni fa e lo sostituisco con un moderno orologio al quarzo. Eccomi aggiornato, in materia di misurazione del tempo. L’aggiornamento è quello che certamente l’industria italiana sta facendo, sostituendo macchinari, comprando macchinari dai fabbricanti più aggiornati e, quindi, presentandosi sui mercati con un equipaggiamento e una attrezzatura, diciamo pure, d’avanguardia. L’aggiornamento tecnologico, però, non conferisce alcuna priorità nei mercati internazionali, perché l’aggiornamento tecnologico è accessibile a tutti. Chiunque si può aggiornare dall’oggi al domani, buttando una linea di montaggio nella spazzatura e facendone venire una nuova, non so se dagli Stati Uniti, o dalla Germania o dai Giappone, questo lo sceglierà lui. Certamente in tal modo può ridurre i suoi costi, può avere un po’ di respiro, ma non gli dà alcuna priorità nei mercati internazionali, perché lo stesso aggiornamento, come lo ha fatto lui, lo possono fare e lo stanno facendo tutti gli altri. La vera priorità nei mercati internazionali, quella che davvero rappresenterebbe una via di uscita, consiste invece in un’operazione di tutt’altra natura, che è l’innovazione. Non sostituire i propri macchinari comprandone altri più aggiornati, ma farsi autori di nuove tecnologie; e su questo l’industria italiana non è stata altrettanto pronta. È vero che esistono alcuni settori dell’industria meccanica i cui macchinari vengono ordinati da tutto il mondo; è vero che esistono alcuni comparti, non so se dell’aeronautica o di altri settori, in cui l’industria italiana vanta alcune priorità. Ma queste, alcune isole di progresso tecnologico non caratterizzano la situazione normale dell’industria italiana. E quello che mi preoccupa è il sospetto che questa enorme manovra di ristrutturazione, che ha gettato fuori dalle fabbriche decine di migliaia di lavoratori, non consista, in realtà, in un processo che conduce a un’innovazione tecnologica autonoma, ma che si tratti soltanto di una normale manovra di aggiornamento che, come tale, è una manovra perpetua, perché l’aggiornamento è qualcosa di perpetuo: si deve fare tutti i giorni, perché tutti lo fanno tutti i giorni. L’innovazione dà luogo, evidentemente, a posizioni di mercato completamente diverse. Chi dispone di un prodotto suo o di un metodo di produzione suo, può vendere, finché non viene imitato, il suo prodotto in regime di monopolio. E vi sono mille trucchi per prolungare questo monopolio nel tempo. Inoltre l’innovazione si autoperpetua, si autogenera, ed è evidente che le industrie dei Paesi leader si affermano nei mercati internazionali proprio perché chi è portatore di un prodotto nuovo non ha problemi di prezzo, è lui che impone il prezzo. Se la debolezza dell’industria italiana è proprio nel settore dell’innovazione e se in questa direzione l’industria italiana non ha fatto quegli sforzi capillari e a tappeto che avrebbe dovuto fare, è chiaro che i problemi si ripropongono. Avremo continuamente il problema dell’aggiornamento, continuamente il problema della ristrutturazione, continuamente il problema dei licenziamenti e dell’alleggerimento degli organici di lavoro.

NOTE
[1] Estratto da AZIMUT n° 19 rivista bimestrale di economia politica e cultura – settembre-ottobre 1985

Presentiamo ampi stralci dell’intervento che il prof Augusto Graziani, dell’Università di Napoli, ha svolto al convegno di Azimut sulla politica economica e l’occupazione, tenutosi a Milano nei giorni 25 e 26 ottobre 1985. Si avvisano i lettori che il presente testo non è stato rivisto dal prof. Graziani.

Time for shock on the rock

I segnali del declino degli USA sono tanti e sempre piu forti.  La Cina non è piu il principale detentore del debito pubblico Statunitense,anzi dal 2010 ha sempre più ridotto gli acquisti dei bond del Tesoro USA  fino alla decisione di iniziare a venderli. La Cina non è piu disponibile a finanziare gli americani che sanno solo consumare a debito. La FED ha cosi dovuto avviare i famosi QE: la stampa di moneta artificiale. Dal 2011 al 2014 con 3 QE la FED ha riversato su Wall Street ben  4500 miliardi di dollari che ha spinto il Dow Jones ai massimi livelli. Tutto questo però, è completamente slegato dall’economia reale Americana che non cresce e questo è il fattore che più preoccupa gli analisti e il mondo finanziario in generale. I 2 grafici qui sotto ci dovrebbero far capire  che se non siamo DI NUOVO al punto di rottura poco ci manca.

image

In 5 anni ,dal 2009 al 2014, il Dow Jones è cresciuto di 10000 punti e questo non grazie all’economia ma alla liquidita immessa dalla FED ed a tassi prossimi allo 0!

Diamo una occhiata anche all’andamento storico dello S&P 500

image

I mercati finanziari essendo completamente scollegati dall’economia reale sono diventati dipendenti dai QE come in un rapporto tra pusher e tossicodipendente. I mercati al tapering si deprimoni e ritirano i capitali ,mentre quando arriva la liquidità diventano tutti euforici. Per disintossicarsi la BC  decide di alzare i tassi. Ma se la BC alza i tassi, chi aveva contratto un debito riuscirà  a coprire la maggiorazione degli oneri? La maggior parte delle volte no,ecco quindi che la bolla scoppia.In tutto questo sono inclusi  i “giochini”delle cartolarizzazioni e del levarage  che non fanno altro che aumentare esponenzialmente le dimensioni della bolla….leggi subprime

Dicevamo che i mercati finanziari vivono nel loro mondo liquido speculativo con incursioni nell’economia reale solo se ,nel breve, il prezzo paga bene. Il grafico qui sotto aggiunge l’evidenza di una economia Statunitense che non cresce e che JPM ne ha addirittura tagliato le stime per il
2015

image

Il debito Statunitense ,inoltre,è arrivato a 18000 miliardi e qualsiasi provvedimento abbiamo adottato per diminuirlo ha sortito l’effetto opposto. In tale situzione gli USA cercano di risolvere i loro problemi accordandosi con l’ EUROPA per il TTIP, che ,come “vantaggio”,porterebbe quest’ultima  ad incrementre le esportazioni verso gli USA,  e meno intra-zona, ma con una proiezione in 20 anni di solo qualche punto percentuale in piu rispetto all’assenza del trattato. Il grande rischio invece che il TTIP comporterebbe è quello di esporre in misura maggiore l’Europa ,soprattutto i Paesi del Sud Europa,a shock economici originati da  oltre oceano, con delle ripercussioni su entrambe le popolazioni che lascio a voi immaginare.

La rigidità di cambio,unica al mondo, le politiche di austerità ed una recessione che si protrae da anni non sono sicuramente le condizioni migliori per proteggere l’Italia da una ulteriore bolla che metterebbe a dura prova il nostro siatema economico e sociale….ma forse questa è la “medicina” che vogliono farci prendere per diventare definitivamente una periferia degli USA….I nostri politici? È da anni che la bevono!