Bazaar alcuni suoi commenti su Orizzonte48.blogspot.it

1)A me pare che manchi la Stalingrado eurasiana.

Il regime totalitario liberale ha creato molti più danni culturali di quello fascista e nazista.

L’uomo nuovo liberale è il mostro in pantofole che abbiamo per vicino di casa. Che è poi quello che rappresenta l’Italia in Parlamento.

L’uomo nuovo liberale – essendo sgrammaticato indipendentemente dal livello di responsabilità e potere affidatogli – non è più in grado di gestire la complessa civiltà organizzata dai Padri.

Poiché tutte le relazioni sono mediate tecnologicamente, il tessuto sociale stesso viene virtualmente atomizzato: l’Uomo non è più un centro di rapporti sociali. È l’IPhone.

I monopoli hanno creato una Grande Società in cui gli schiavi non possono tecnicamente sapere di esserlo: come aveva ragione Hayek!…

Eseguiamo pedissequamente ciò che desidera chi controlla l’economia: se non ci sta bene si può far downshifting.

C’è un fatto strutturale che rende questo frattale molto diverso: il sistema monetario internazionale.

L’anti-democrazia liberale degli Stati Uniti – come sappiamo bene – è stata progettata per lasciare il potere in mano agli oligarchi.

È dal ’71 che ogni volta che compriamo un barile di petrolio finanziamo le guerre imperialiste USA: USA che si devono solo preoccupare di non avere una riedizione del patto Ribbentrop-Molotov.

È ovvio quello che sta succedendo: l’impero USA deve essere il braccio armato che trasformi l’attuale assetto sociale in uno nuovo, da blindare in caste.

Il signoraggio del dollaro non può più strutturalmente continuare: tutte le riforme liberali sono state fatte con la scusa di tenere in piedi la baracca finanziaria intascando valore reale e tirando pacchi nel resto del mondo. Sono rimasti solo i pacchi: quando non hai ancora capito chi è il pollo ad un tavolo da gioco, è evidente che il pollo sei tu.

(Come gli imbecilli che hanno gestito gli istituti di credito italici)

Considerando il problema della lira in Italia, dell’euro in Europa, mi chiedo quali potrebbero essere le conseguenze di una moneta unica mondiale.

Alberto ha sdoganato l’idea che solo “la destra” (nel senso di un governo autoritario ma sovranista) ci potrà far uscire da questo processo di polarizzazione del potere: be’, lo condivido.

Lo condivido soprattutto perché è la stessa conclusione a cui sono giunti – a livello globale – gli analisti russi vent’anni fa dopo che si sono accorti di cosa è la “democrazia” che porterebbe il liberalismo atlantico (di cui UE e il suo doberman sono dirette espressioni).

La Russia non si è mai potuta permettere un governo non autoritario per un semplice fatto: è una potenza di terra, con un confine sterminato per cui vive da secoli in stato di guerra permanente.

Questo non è la situazione delle forze atlantiche, protette da “maniche” ed oceani.

La conclusione è stata a quanto pare condivisa dal presidente russo, generalmente ritenuto filo-occidentale: tutte le forze anti-liberali devono coalizzarsi verso il nemico comune, assoluto.

I russi hanno “astoricizzato” il conservatorismo nazionalista sovrastrutturato al nazifascismo e revisionato il marxismo a livello strutturale.

L’ideologia che si va così a contrapporre alla mondializzazione unipolare, avrà i contenuti socialisti e statalisti del marxismo storico, misti all’etnocentrismo, al conservatorismo e al tradizionalismo. Il nazional-bolscevismo.

(Esattamente il contrario dell’ordoliberismo: verbosa retorica socialista – economia sociale di mercato – come sovrastruttura dei trattati e struttura economica neoliberista, anti-statalista e anti-sociale)

Un rivisitazione di coloro che storicamente sono stati definiti “rosso-bruni”: chissà se il nostro modello costituzionale sopravviverà in tutto questo…

(Purtroppo la Aarendt ha fatto dei danni nel suo celebre lavoro sui totalitarismi: allo stesso modo di Popper

2) Al di là del “totalitarismo liberale” e della figura “dell’uomo in ciabatte” con “l’IPhone in mano” come “uomo nuovo” (che è effettivamente farina del mio sacco), “l’estremismo misticheggiante” – come sai – non è mio ,ma suo… 🙂

Poi penso, dietro “l’irrazionale” ci sta “l’ideologico”, e, sotto l’ideologico, ci sta il razionale con una serie di interessi materiali.

Mi interessava semplicemente provare a dare un contorno tutt’altro che irrazionale ad una dichiarazione molto forte di Alberto: chi si è occupato di mondialismo unipolare a livello scientifico, e ha ritenuto che questo fosse dannoso o distruttivo ai suoi dante causa, ha delineato questo paradigma ideologico.

Poi potrebbe essere che esistano solo macchiette senza arte né parte.

(I vari Orban – come l’attuale Polonia – o Salvini o Le Pen pare abbiano tutti un filo conduttore)

Costoro vedono la radice di tutti i mali nel pensiero unico liberale e nel signoraggio del dollaro; con quest’ultimo si intende l’esorbitante privilegio di avere il dollaro come strumento principale per il regolamento degli scambi internazionali.

Questo comporta che con la semplice “emissione monetaria” gli USA possano importare beni e risorse dall’estero (stampando tre banconote da 10$ possono teoricamente portarsi a casa un barile di petrolio), e, d’altra parte, aumentando “illimitatamente” il proprio deficit verso il resto del mondo (a causa del rifiuto nel ’71 degli USA di garantire la convertibilità del dollaro in oro), sono costretti ad inventarsene una più del diavolo per far rientrare i flussi finanziari con cui inondano il mondo: in pratica poiché si trovano a gestire capitali di cui non sanno cosa farsene perché gli investimenti produttivi sono già stati posti in essere, ci fanno delle cose esoteriche, come i subprime.

In pratica anche se il capitale non può rendere, viene fatto credito lo stesso, magari con buona probabilità che il debitore non sia solvente: ma non è un problema! si impacchetta il tutto in un algoritmo che ne rappresenta il rischio, lo si stampa in un titolo e lo si vende.

Quello che è stato appena venduto è un pacco: intanto ti fai la bella vita, quando scoppia il casino si vedrà. Ma sarai già in un bell’atollo a riposare.

Poiché prima o poi il pacco si trasformerà in un pacco bomba, in circolazione c’è questa idea: «la creazione di una moneta unica globale. Potrebbe essere una nuova moneta, e qualora non fosse possibile, una valuta già dominante potrebbe prestarsi al gioco.

D’altronde come diceva il mitico Paul Volcker: «un’economia globale ha bisogno di una moneta globale».

Non sono così sicuro di aver rimediato… ma ci ho provato 🙂

In pratica, una volta persa la parità con l’oro e mancata la volontà politica di ristabilirla, la globalizzazione finanziaria è diventata l’unica strada percorribile per far star in piedi il sistema e i privilegi che garantiva.

I due shock petroliferi possono essere messi in relazione benissimo con una reazione concertata o meno dei paesi dell’OPEC al Nixon shock.

In pratica l’unico modo di garantire l’asimmetria del sistema monetario internazionale è stato creare un gigantesco schema Ponzi.

Insomma, democrazia e keynesismo non ti piacciano, i tuoi privilegi di finanziere non li vuoi perdere, ma sei consapevole che il liberismo non funziona: devi andare “fino in fondo” e rivoluzionare l’ordine sociale in modo che i privilegi conquistati vengano blindati.

Quindi non ci può essere nessun vero Glass Steagall Act o qualsiasi tipo di repressione finanziaria senza una nuova Bretton Woods.

Alberto fa notare che (in riferimento a quella parte di mondializzazione che si chiama UE) l’opposizione politica (intermedia) a questo processo emerge da una riflessione per cui: «apparirebbe evidente che governi democratici non sono strutturalmente in grado di opporsi alla deriva totalitaria di Bruxelles. Qui l’esempio eclatante è il presidente di uno dei due rami del nostro parlamento, che continuamente anela su Twitter a venir spossessata della sua sovranità. Fatti suoi, se non fosse che esistono seri dubbi che una carica istituzionale possa esprimersi nel senso di elogiare un progetto eversivo dell’ordine costituito (e qui ovviamente l’UE non interviene).

Quindi, in sintesi, abbiamo due paradossi pericolosissimi: le politiche di destra favoriscono la destra, ma solo la destra può liberarci dalle politiche di destra.»

Bazaar20 gennaio 2016 15:51
Ecco invece un bell’articolo di Alain de Benoist su Jean-Claude Michéa dove Patria/Nazione, Tradizione e principi lavorostici e di solidarietà sociale si sposano in termini più consueti al nostro dibattito.

Al di là del taglio filologico squisitamente storico-filosofico, le considerazioni sono in linea con i problemi radice della percezione, cognizione e organizzazione del pensiero politico della contemporaneità che abbiamo affrontato in questi spazi.

Sicuramente in linea anche con la prassi ideologica putiniana, piuttosto che con i viaggi messianici di Dugin.

Le fondamenta del socialismo: «[era necessario fornire] alla classe operaia e alle altre categorie popolari un linguaggio politico che permettesse loro di vivere la loro condizione con una certa fierezza e di dare un senso al mondo che avevano sotto gli occhi»

Peccato che l’autore non è riuscito a discriminare con chiarezza il concetto di modernismo reazionario (liberale o autoritario) dal progressismo sociale.

Però: «Il liberalismo culturale [dei partiti del lavoratori, ndr] annunciava già il capovolgimento nel liberalismo economico».

Infatti: «È, infatti, completamente illusorio credere che si possa essere durevolmente liberali sul piano politico o «societale» senza finire col diventarlo anche sul piano economico (come crede la maggioranza delle persone di sinistra) o che si possa essere durevolmente liberali sul piano economico senza finire col diventarlo anche sul piano politico o «societale» (come crede la maggioranza delle persone di destra). In altri termini, c’è un’unità profonda del liberalismo. Il liberalismo forma un tutto.»

Il totalitarismo liberale.

Arrivando: «Alla stupidità delle persone di sinistra che ritengono possibile combattere il capitalismo in nome del «progresso», corrisponde l’imbecillità delle persone di destra che ritengono possibile difendere al contempo i «valori tradizionali» e un’economia di mercato che non smette di distruggerli»

Bazaar20 gennaio 2016 15:52
Una “sinistra” «i cui dogmi sono l’antirazzismo, l’odio dei limiti, il disprezzo del popolo e l’elogio obbligatorio dello sradicamento [e] l’obiettivo non è più lottare contro il capitalismo, ma combattere tutte le forme di preoccupazione identitaria.
[I]l “migrante” [è] progressivamente divenuto la figura redentrice centrale di tutte le costruzioni ideologiche della nuova sinistra liberale, sostituendo l’arcaico proletario, sempre sospetto di non essere abbastanza indifferente alla sua comunità originaria.
[…]
Il popolo non si riconosce più in una sinistra che ha sostituito l’anticapitalismo con un simulacro di «antifascismo», il socialismo con l’individualismo radical chic e l’internazionalismo con il cosmopolitismo o l’«immigrazionismo», prova solo disprezzo per i valori autenticamente popolari, cade nel ridicolo celebrando al contempo il «meticciato» e la «diversità» , si sfinisce in pratiche «civiche» e in lotte «contro tutte le discriminazioni» (con la notevole eccezione, beninteso, delle discriminazioni di classe) a solo vantaggio delle banche, del Lumpenproletariat e di tutta una serie di marginali.
[…]
Minando alla base ogni possibilità di legittimare un qualunque giudizio morale (e, di conseguenza, rifiutando simultaneamente di comprendere l’uso popolare delle nozioni di merito e responsabilità individuale), la sinistra progressista si condanna inesorabilmente a consegnare ai suoi nemici di destra interi pezzi di quelle classi popolari che, a modo loro, non domandano altro che di vivere onestamente in una società decente […] In realtà, è proprio la stessa sinistra ad aver scelto, verso la fine degli anni settanta, di abbandonare al loro destino le categorie sociali più modeste e sfruttate, volendo ormai essere “realista” e “moderna”, ossia rinunciando in anticipo a ogni critica radicale del movimento storico che, da oltre trent’anni, seppellisce l’umanità sotto un “immenso accumulo di merci” (Marx) e trasforma la natura in deserto di cemento e acciaio.
[…]
il progetto socialista [così come espresso nella Costituzione, ndr](o, se si preferisce l’altro termine utilizzato da Orwell, quello di una società decente) appare proprio come una continuazione della morale con altri mezzi.
[…]
[Il problema è] la patetica incapacità di assumere [la] dimensione conservatrice della critica anticapitalistica a spiegare, in larga parte, il profondo smarrimento ideologico»

(Peccato per LaTouche che, come un batterio pop, si infila dappertutto)
Bazaar9 novembre 2015 18:17
Verissimo, e come ricorda Quarantotto, ampiamente dibattuto in questi spazi: dietro ai colossi tecnologici statunitensi non ci sono “imprenditori geniali”, ma squaletti lautamente foraggiati dal governo che detiene il signoraggio sugli scambi internazionali.

Lo stesso Facebook è notoriamente una creazione della governativa CIA.

Come notava Braudel, il capitalismo è dall’origine “storia di monopoli assicurati dallo Stato”.

Gran parte della letteratura economica, come illustra bene Chang in “Bad Samaritans” o, vicino a noi, il prof.Pozzi al recente convegno, è dialettica tra economisti che servono o meno gli interessi delle classi dominanti del proprio Paese.

La solita questione del “kicking away the ladder”, il calciare la scala con cui ci si è arrimpicati sull’albero.

Fate quello che dico, ma non fate quello che faccio.

L’FMI, l’OCSE e tutte le organizzazioni simili, non fanno altro che insegnare come diventare ricchi… rimanendo poveri.

La teoria dei “vantaggi comparati” su cui si basa il “libero scambio” – come ricorda Chang – è funzionale solo premettendo la condizione di “a tecnologia data”.

Da sempre. Ripeto: da sempre, chi ha il vantaggio tecnologico – e il relativo maggior valore aggiunto prodotto dal proprio sistema finanziario-industriale – ha convenienza a proporre trattati di libero scambio. Senza neanche prendere in esame la relazione tra tecnologia e settore militare.

La Rivoluzione francese è fondamentalmente il prodotto dell’Eden agreement, finito, come al solito, con il sistema produttivo francese a gambe all’aria e le teste tagliate dei governanti al grido: “casta-corruzione-brutto”.

Chi ha il monopolio della tecnologia oggi, è colui che sta imponendo il TISA, il TPP e il TTIP.

Pensa a quanto può essere ignorante uno che crede “veramente” alla liberismo, alla concorrenza perfetta, e al liberoscambismo….

Non è altro che propaganda funzionale a conservare i rapporti di forza, il dominio, lo schiavismo implicito nel lavoro-merce e l’assoggettamento colonialista ed imperialista.

Lo si sa da sempre, con rigore e chiarezza metodologica almeno dai tempi di List.

Bazaar9 novembre 2015 21:11
Siamo “condizionati” dalle ideologie, ma non di per sé portatori.

Un conto è il significato di “ideologia”, che magistralmente Marx chiama “falsa coscienza”: manipolazione indotta dalla struttura sociale oggettiva, e, simmetricamente, debolezza cognitiva soggettiva.

Certo, un’ideologia intesa come sistema di idee e di aspirazioni ideali ha senso a livello “partitico” e di propaganda: ma non in senso culturale, di coscienza collettiva. Di etica.

L’etica non è “falsa coscienza”: è un codice morale, di prassi comportamentale, che nella stessa effettività in cui si esprime indica un sistema di valori acquisiti. Una verità oggettiva hic et nunc. La soggettività che entra in sublime relazione con l’oggettività: la sconfitta di relativismo e nichilismo.

Almeno nel caso dei valori costituzionali che abbracciamo.

La cultura, l’etica e i valori sostanziali, non sono “ideologia”: sono coscienza.

Bazaar Florenskij

Bazaar10 novembre 2015 12:30
@Ruggero
Tra l’altro, Arturo mi faceva notare che l’incipt “sociale” nella “causazione circolare e cumulativa” nel rapporto individuo-società, risale almeno a Tommaso Moro: «nella sua Utopia Moro sosteneva che gli uomini, perfino i delinquenti, non sono intrinsecamente malvagi, ma tali diventano a causa della povertà e di cattive leggi legate a interessi privati (le enclosures che riducono alla miseria i contadini che ne vengono colpiti). Scrive Spini (Le origini del socialismo, Torino, Einaudi, 1992, pag. 8)

Politicamente, a livello “oggettivo”, “essenziale”, non è l’individuo a creare l’ambiente sociale in cui vive, ma è l’ambiente sociale in cui vive a creare l’individuo.

Stando con Marx: «Non è la coscienza degli uomini che determina la loro vita, ma le condizioni della loro vita che ne determinano la coscienza. »

Stando con Chang: «Non è che nei paesi arretrati non c’è lavoro perché la gente è pigra. Nei paesi arretrati la gente è pigra perché non c’è lavoro».

Stando con Winston Smith 🙂 «Il singolo individuo influenza la società in misura enormemente minore rispetto a quella in cui è influenzato dalla società stessa dal momento in cui viene messo al mondo.»

Mi azzarderei con: il primo comma dell’articolo 3 Cost. è l’ideologia: il secondo comma dello stesso articolo è l’etica, nel senso effettivo di prassi.

Il significato negativo assegnato da Marx all’ideologia (in tedesco rimane comunque il sostantivo Weltanschauung), permette quella sottile ma dirimente distinzione tra morale e moralismo: il “passaggio” dal secondo alla prima dovrebbe essere parte della crescita spirituale dell’uomo.

La dialettica “forma-sostanza” è potentissima, e sicuramente utile nell’ermeneutica e nei rapporti segno, significante, significato: «Quando gli uomini non possono cambiare le cose, ne cambiano il nome», a memoria, Jean Jaures

Soggettivamente, a livello “esistenziale”, il problema è simmetrico: non esiste il caso. Non dovrebbe essere difficile dimostrare che la soggettività, nell’impianto etico da cui nasce l’ordine sociale democratico sostanziale, prevede ciò che credo essere un principio cardine dell’etica umanistica: il libero arbitrio.

Caso e determinismo – a livello soggettivo, esistenziale – sono due facce della stessa medaglia che escludono il “libero arbitrio”: a livello oggettivo – essenziale – il problema è simmetrico: caso e determinismo lo permettono.

La tradizione in gran parte “empirica” da cui nasce il liberalismo, è determinista: così come il “protestantesimo” che possiamo definire sovrastruttura del liberismo economico e dei rapporti di produzione che rende effettivi. Entrambi – liberalismo e protestantesimo – negano il “libero arbitrio”. La teologia del mercato è fondata su questo concetto di deresponsabilizzazione. Da cui la necessità di Ubermenschen “a guardia del creato”, e “dell’Arte”, ovvero dell’atto creativo in potenza.

Quindi alla domanda di Winston Smith, e spero a cascata alle tue, la risposta che darei non è univoca: l’antitesi ad ESSI è socialmente da imputarsi al Caso. Soggettivamente è un atto di “libero arbitrio”

Bazaar10 novembre 2015 14:50
Verissimo: infatti nel liberalismo, come più volte emerso, i valori sono proprio invertiti.

Tantoché il libero arbitrio viene negato all’individuo (comune… l’Untermensch), rispondendo alle leggi della fisica classica che regolano i rapporti economici e sociali: la meccanica delle preferenze o, in seguito, delle “aspettative razionali”.

Ogni cosa che accade non può non accadere: se è successa una catastrofe non ne sono responsabile, io ne sono sono solo il messaggero (Soros, a memoria, in rif. degli attacchi speculativi a Lira e Sterlina del ’92)

Se “abbassi la guardia”, io non posso non colpirti: “è nella mia natura”.

“Mia natura” che per ESSI, è La Natura: la Legge.

Il salto logico è evidente: nell’individualismo assoluto del liberalismo, non esiste tra l’insieme complesso “individuo”, e l’insieme complesso di ordine superiore “collettività”, quell’insieme di relazioni (e attributi) per cui la somma degli elementi è diversa dal tutto, per cui questo “tutto” ha identità distinta (e attributi distinti): per il liberale la collettività non è una società.

L’unica istituzione che rappresenta l’Ubermensch – e che è dotata di un libero arbitrio per cui il rapporto con il resto della natura è di genere teodiceo – è il Mercato.

L’inversione dei valori – che necessita la nietzschiana “trasvalutazione dei valori” – consiste innanzitutto assegnando un libero arbitrio alla “natura”, all’oggettività, negandola all’individuo.

A cosa vuoi che serva il Parlamento?

Una burocratica ed inefficiente perdita di tempo.

«The administration of the great system of the universe … the care of the universal happiness of all rational and sensible beings, is the business of God and not of man.» Adam Self-command Smith

Bazaar29 luglio 2015 15:09
Innanzitutto, l’analisi sul fondatore di Paneuropa è estremamente interessante per chi fa un certo tipo di lavoro, come il nostro: un po’ il simbolo della ricostituzione di una nuova (?) nobiltà che trova nel modello medievista la propria vision, una riconciliazione tra l’estrema destra liberale, rappresentata dalla grande finanza ricardiana, dei Jevons e degli Spencer, e l’estrema destra conservatrice e tradizionalista, quella dei Burke e dei Joseph de Maistre.

Il matrimonio avviene in odio alle classi produttive, “capitalisti con le mani grassocce” – stando con Nietzsche – incluse.

D’altronde, la scuola austriaca non è altro che ideologia economica “sponsorizzata” dagli Asburgo, con buona pace di quei mononeuroni che si fanno chiamare libertarians. Menger docet.

Leggendo l’evoluzione di Kelergi si vede il non plus ultra dei tentativi di coordinazione sul fronte antisocialista: austriaci asburgici, angloliberali, democristiani ordoliberali… se li sommi non sono altro che il Sacro Romano Impero con l’aggiunta della finanza angloebraica.

Ci sarebbero libri da scrivere e, soprattutto, da riscrivere.

Ma le premesse per capirlo sono un minimo di conoscenza della storia del pensiero economico e della filosofia politica… e il punto dirimente è la prima.

Di operativo, però, faccio notare: “il piano Kalergi” proposto dai gatekeepers ad ispirazione nazifascista, presta il gioco alla dialettica imbecille con il piddinume tipo il blog linkato “a sunto”: la tesi è complottista e l’antitesi piddinica è negazionista… bene. Sintesi? un beato nulla. Ma la volontà “sezionalista” c’è, ed è voluta, senza la necessità di leggere Kalergi, perché non può non essere che così, e perché nella storia è sempre stato così: bastava vedere il disastro genocida che ha rappresentato l’impero britannico per capire cosa significa distruggere le sovranità statuali per un governo mondiale federale.

È vero che Kalergi, nelle sue giovanili visioni esoterico-lisergiche, vede un darwinismo da meticciato che polarizzerà le qualità per un funzionalismo sociale perfetto: ma, innanzitutto, la “razza” a cui dà valore è quella di classe, come sempre stato.

Il sangue non dipende dal colore della pelle, ma dallo “spirito” più o meno superiore: un faraone non è tale perché più bianco, ma perché espressione di potenza divina. La divisione in classi in funzione dell’etnia è semplicemente la conseguenza della trasmissione dinastica dello “spirito” tramite il sangue. (Tradotto, “ogni scarrafone è bello a mamma soja”)

Quella del “una pelle una razza”, è storicamente strumentale al colonialismo e all’imperialismo, per giustificare la manifesta violazione dell’etica giudaico-cristiana: il razzismo scientifico doveva sopire la dissonanza cognitiva. Tutta sovrastruttura ideologica. (Di cui gli antichi non avevano bisogno….).

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Bazaar29 luglio 2015 15:10
Nietzsche, campione di elitismo, aborriva tanto l’antisemitismo quanto il nazionalismo a fini capitalistico produttivi – in quanto creava l’antitesi socialista e anti-schiavista – ma anche non poteva sopportare l’imperialismo guerrafondaio di quel capitalismo che poi darà vita al nazifascismo.

Nell’ottica funzionalista e medievista, per l’elitista – ovviamente – la razza e la classe coincidono. Il sangue non si può “comprare”.

Per Nietzsche, più grande “interprete” dell’etica della modernità, il massimo era il codice Manu, quello che regolava le caste indiane: un funzionalismo perfetto. L’immobilità sociale assoluta.

Checcavolo c’entrano queste considerazioni sui lavori di intelligence tipo “Protocolli dei savi di Sion” con un documento, come quello di Kalergi, che rappresenta l’ideologia moderna in cui il positivismo necessitava, con l’eugenetica, di codificare e “matematizzare” il razzismo di classe?

Nulla: la caciara del ’68 tra borghesi comunisti e proletari fascisti…

Il “piano Kalergi”, per chi ne ha letto qualcosa, si chiama “mondialismo”: e la sua visione pragmatica hayekiano economicistica si chiama “globalizzazione”. Quella che Kalergi chiamava Paneuropa, in hayekiano si chiama UE. Quello che chiamava Panamerica, in hayekiano si chiama NAFTA. Quello che chiamava Panatlantide (improbabile…), in hayekiano si chiama TTIP. Ha ragione Corey Robin: l’etica nietzschiana non trionfa politicamente con Schmitt o Strauss. Trionfa economicisticamente con Hayek.

Kalergi scrive di governi completamente privatizzati che non rispettano confini etnico-nazionali, ma macroregioni gestiti come grandi corporation. (Magari, dove ogni unità organizzativa “viene gestita come uno psicodramma”, stando con Elemire Zolla…)

Invece, per capire la strumentalizzare di Latouche e compagnia deflazionistica al seguito, è necessario capire Menger. E il cerchio è chiuso.

Visto che nessuno – ma proprio nessuno – capisce questi argomenti, un mediocre come Hayek si è trovato le tre università più influenti al mondo a gettare le fondamenta per la sua controrivoluzione distopica che ci stiamo godendo.

Comunque, tutto questo è riassunto dal diario lasciato da Winston Smith, ultimo uomo d’Europa.

Bazaar30 luglio 2015 10:36
Francamente non capisco il senso: Einaudi, a differenza di Spinelli, sapeva quello che diceva. Era una figura assolutamente contigua – anche per spessore – ai grandi reazionari antidemocratici e antisocialisti che auspicavano ad un ordine liberale del mercato e ai rapporti di classe conseguenti.

A inventare “famo l’Europa grande perché fuori c’è la Cina” è, in effetti, un frame nazieuropeista di cui il neoliberista Einaudi è stato primo spin doctor.

Non credo neanche che a Einaudi avrebbe fatto “ribrezzo” Monti, se non per la patente scarsa intelligenza: avrebbe, invece, provato una sincera simpatia per Draghi, che è di tutt’altra pasta e, non a caso, Luigino viene citato spesso dal nostro nasuto “vile affarista” (Cossiga riteneva che Marietto avesso un sensibile “fiuto” per gli affari).

Ma il punto che non mi sembra chiaro è: che differenza c’è tra il capitalismo sfrenato della dittatura finanziaria e il “liberismo […] concorrenziale e produttivo [che parte] dal piccolo”?

Provo a risponderti io: il primo è la realtà intorno a noi e la naturale conseguenza del “liberismo” da secoli, poco prima che vada tutto in vacca e si contino i morti. Il secondo si trova solo nei libri di testo del primo anno.

L’EURSS è solo il passo necessitato prima delle liberalizzazioni:

a) fase uno: propungnare il federalismo per la pace dei popoli facendo la guerra alla Russia e alla Cina

b) fase due: abbatti dogane e frontiere per il superstato federale e ti ritrovi il liberoscambio sfrenato, ingestibile e incontrollabile dalle comunità sociali sovrane (chiamate “Stati”)

c) fase tre: il potere “disperso” dalle comunità sociali viene raccolto tramite un sistema di “scatole cinesi” in qualche consiglio di amministrazione con sede all’isola di White (in cui i banchieri da ggiovani ballavano nudi).

d) fase quattro: il liberoscambismo, con l’apporto degli usuali vincoli sterni (euro, gold standard, Marina Britannica, Bomba atomica Yankee, ecc.), deindustrializza tramite i vantaggi comparati, rende il mercato viulnerabile agli shock asincroni, risolve gli sbilanci con austerità e spirali deflattive, e liberalizza il liberalizzabile: il liberismo segue, quindi, il liberoscambismo dell’EURSS.

e) fase cinque: tutto viene privatizzato in favore della classe dominante dei Paesi dominanti.

Questo è l’ideologia di cui era portatore Einaudi, e di quell’odiatore di piccole imprese e sindacati di Spinelli: lo Stato, espressione di volontà collettiva, va distrutto

Un post di Bazaar su Orizzonte48 http://orizzonte48.blogspot.it/2014/05/la-grande-societa-pan-europeismo-per-la.html?m=1

Se cade anche il muro dell’euro del prof. Alberto Bagnai

Se cade anche il muro dell’euro

12/05/2010

La crisi fa emergere il problema originario dell’euro, da sempre ignorato dai politici: una moneta unica nello spazio economico europeo è insostenibile

La levata di scudi dei politici europei contro i “mercati” è prova di ingenuità o di ipocrisia. La crisi dell’euro non dipende tanto dai “mercati”, quanto dal fatto che adottando l’euro la classe politica ha deliberatamente ignorato l’avviso della maggior parte degli economisti, i quali da tempo avvertono che una moneta unica europea non sarebbe sostenibile. Questa scelta politica ha ragioni ideologiche che è necessario individuare per valutare le possibili vie di uscita dalla crisi. Cosa comporta la rinuncia alle monete (e quindi ai tassi di cambio) nazionali? A chi conviene? E perché? Per chiarirlo ripercorriamo gli snodi della crisi greca.

Debito pubblico e debito estero

Il problema della Grecia deriva non tanto dal fatto di avere un grande debito pubblico, quanto dal fatto che il suo debito è detenuto da non residenti, cioè è debito estero. A riprova che col debito pubblico si può convivere citiamo il Giappone, che ha, lui sì, un enorme debito pubblico, pari al 217% del proprio Pil, cioè al 17% del Pil mondiale (quello greco è appena lo 0.7%). Perché questo debito non preoccupa i mercati? In effetti, in Giappone il settore privato risparmia tanto da prestare all’estero circa 2000 miliardi di dollari, oltre a quanto presta al proprio governo. Il Giappone è il più grande creditore estero mondiale: in caso di problemi potrebbe sempre finanziare la propria economia facendosi restituire i soldi prestati all’estero. Questo la Grecia non può farlo, perché è pesantemente indebitata con l’estero, per più del 100% del proprio Pil. Prestereste più volentieri 10 000 euro a un amico che ha dieci appartamenti, o 100 a un amico disoccupato?

Debito estero e spesa nazionale

I paesi si indebitano se le spese superano le entrate. Consideriamo il problema in termini di commercio estero: se un paese importa (cioè acquista) più beni di quanti ne esporta (vende), dovrà farsi prestare dall’estero il necessario per coprire la differenza fra spese e incassi. Quindi la contropartita di un deficit della bilancia dei pagamenti è un aumento del debito estero. Prima delle rispettive crisi Stati Uniti, Islanda, Grecia (e Argentina, Tailandia,…) avevano un rilevante deficit estero, spesso in presenza di deficit e debito pubblico nella norma (si veda l’articolo “Anche l’Europa ha i suoi stati subprime“). Insomma, queste crisi sono tutte inquadrabili in definitiva come crisi di bilancia dei pagamenti. Qui entra in gioco il tasso di cambio

Debito estero e tasso di cambio

In teoria per ridurre l’indebitamento estero un paese ha due strade: contenere la spesa o svalutare. Ma i paesi appartenenti a una unione monetaria non possono svalutare: possono solo attuare politiche restrittive.

Queste migliorano i conti con l’estero riducendo le importazioni: se la gente ha meno soldi da spendere, spende meno anche in beni esteri. La disoccupazione aumenta, perché se la spesa nazionale cala, alcune imprese devono chiudere. L’aumento dei disoccupati contiene i salari, e col tempo le merci nazionali diventano più convenienti e le esportazioni aumentano: alla domanda nazionale si sostituisce domanda estera, e le cose tornano a posto. Questo è il percorso, non breve, che si prefigura per la Grecia.

Anche la svalutazione sostituisce domanda estera a quella nazionale, ma in modo più rapido e meno devastante: svalutando il paese rendeimmediatamente più costose le merci estere (e ne acquista di meno) eimmediatamente più convenienti le proprie (e ne vende di più), “isolando” il mercato del lavoro dallo shock. Questo è quello che ha fatto l’Islanda, che dopo la crisi ha svalutato del 133%.

Certo, il gioco non può durare all’infinito. Chi svaluta paga di più le merci importate e quindi importa inflazione, minando la propria competitività. Ma perché usare un solo strumento? Si potrebbe svalutare nel breve periodo e mettere i conti in ordine nel medio. Dal novembre 2008 l’Islanda ha stabilizzato il cambio impegnandosi in un percorso di risanamento: non ci sono stati morti per le strade. C’è stata sì l’eruzione di un vulcano, ma nessuno pensa che dipenda dalla svalutazione (fatto salvo forse qualche funzionario della Bce).

Dove sta scritto che un governo deve avere solo uno strumento a disposizione?

Maastricht e le zone monetarie ottimali

Sta scritto nel trattato di Maastricht. Con la moneta unica i paesi dell’eurozona si sono privati di uno dei due strumenti disponibili per riequilibrare i conti con l’estero, quello più rapido (e quindi più adatto per la gestione delle emergenze): la svalutazione.

Potevano permetterselo? Al di là dell’evidenza dei fatti, diamo per una volta agli economisti il merito che spetta loro: il primo a dichiarare che nonpotevano permetterselo è stato James Meade nel 1958 (sì, cinquantadue anni fa), e i motivi sono stati chiariti nel 1961 da Robert Mundell, che per questo ha preso nel 1999 il premio Nobel.

Le condizioni che rendono sostenibile l’adozione di una moneta unica sono quattro: [1] flessibilità di prezzi e salari, [2] mobilità dei fattori di produzione, [3] integrazione delle politiche fiscali e [4] convergenza dei tassi di inflazione. Il loro ruolo è chiaro alla luce del fatto che, come abbiamo chiarito, ai paesi che non possono svalutare rimane solo la strada “lacrime e sangue”. Quest’ultima è meno dolorosa se prezzi e salari reagiscono rapidamente ai “tagli” (la flessibilità al ribasso dei salari ripristina più in fretta la competitività del paese), e se i disoccupati possono trovare lavoro nei paesi membri più fortunati (la mobilità riduce i costi sociali dei tagli). L’integrazione delle politiche fiscali a livello sopranazionale permette interventi di sostegno delle zone in difficoltà. La convergenza dell’inflazione, poi, è cruciale per la sostenibilità della moneta unica: se in un paese i prezzi crescono più in fretta della media, nel lungo andare le sue esportazioni diminuiranno e il paese accumulerà debito estero.

Mezzo secolo di studi mostra che nei paesi dell’eurozona queste quattro condizioni non sussistono: la flessibilità dei prezzi e dei salari e la mobilità del lavoro sono insufficienti, l’integrazione delle politiche fiscali è di là da venire, e circa la convergenza dell’inflazione, ricordiamo che dal 1999 in media tutti i paesi dall’area euro hanno avuto inflazione più alta della Germania (perdendo competitività rispetto ad essa). Il paese che ha retto meglio il confronto è stato la Finlandia (con solo 0.1 punti di inflazione in più). I peggiori sono stati Irlanda (1.7 punti in più), Grecia (1.6), Spagna (1.5) e Portogallo (1.2), il che spiega appunto quanto sta accadendo (perdita di competitività, deficit di bilancia dei pagamenti, accumulazione di debito estero, crisi).

Economia e ideologia: le “riforme strutturali”

Il trattato di Maastricht ignora le condizioni dettate dalla teoria economica (flessibilità, mobilità, integrazione, convergenza dell’inflazione) e insiste sul debito pubblico (irrilevante per la teoria), con l’intento di propugnare la riduzione del peso dello Stato nell’economia, e di evitare riferimenti alla reale natura del problema. Quale sia lo suggerisce Mario Nuti in unintervento nel suo blog, dove dichiara la sua insofferenza verso il termine “riforma strutturale” che, dice lui, in tempi recenti ha significato soprattutto il trasferimento di potere d’acquisto dai più deboli agli speculatori. Vogliamo fare un passo in più? Ricordiamoci allora che in Italia prima dell’euro non si parlava proprio di “riforme strutturali” (che significano precarietà – pardon, mobilità – del lavoro, perdita di potere d’acquisto dei lavoratori – pardon, flessibilità dei salari). Il perché è chiaro: gli aggiustamenti macroeconomici allora non dovevano inevitabilmente passare per il mercato del lavoro.

L’approccio di Mundell non è ideologico: Mundell non dice che i salaridevono essere flessibili e i lavoratori devono essere “mobili”. Dice solo che se non lo sono, allora è meglio non costituire una unione monetaria. Il problema di Mundell non è “vendere” il paradigma della “flessibilità” (nel 1961 non se ne parlava), è solo capire in quali condizioni un’unione monetaria è sostenibile.

L’approccio di Maastricht viceversa è ideologico. Adottare una moneta unica in un’area nella quale essa non è sostenibile impone surrettiziamente e ideologicamente ai paesi membri una rincorsa affannosa dei requisiti necessari (flessibilità, mobilità, ecc.), presentati come mero dato “tecnico” e non come esplicita scelta politica (e quindi sottratti a un reale dibattito democratico). Non è un caso se i governi che ci hanno imposto l’euro sono passati alla storia come governi “tecnici” (altra parola di cui diffidare).

Il crollo del muro

La crisi dell’euro è il crollo di un muro ideologico: un secondo muro di Berlino, eretto a difesa della competitività tedesca e dell’ideologia della flessibilità, travolto non tanto dai “mercati”, quanto dall’assenza di razionalità economica. Da anni gli economisti avvertono che nell’eurozona non esistono le condizioni per la sostenibilità di una moneta unica. I politici hanno proceduto per la loro strada, e ora devono gestire le conseguenze della loro scelta. Dare la colpa a generici altri (i “mercati”) non li aiuterà.

Agli elettori di sinistra italiani l’adesione all’euro è stata venduta come una vittoria della loro parte politica, dettata dal bisogno di evitare all’Italia il destino dell’Argentina. I dati mostrano che l’Argentina è incorsa in una crisi debitoria a causa della perdita di competitività determinata dalla “dollarizzazione” della sua economia, esattamente come la Grecia è incorsa in una crisi dopo l’“euroizzazione” della sua economia. L’euro è stato causa, non rimedio.

La teoria delle zone monetarie ottimali implica che l’euro è stato una vittoria politica di chi desiderava che in Europa gli aggiustamenti macroeconomici si scaricassero integralmente sul mercato del lavoro (traducendosi in “lacrime e sangue”). Vi sembra una vittoria della sinistra?

Un’analisi seria delle vie di uscita parte anche dalla risposta a questa domanda.

 

la fonte: http://www.sbilanciamoci.info.

CAMBIARE TUTTO PER NON CAMBIARE NIENTE

CAMBIARE TUTTO PER NON CAMBIARE NIENTE[1]

Una spregiudicata analisi
della politica economica del nostro Paese

Augusto Graziani

Manterrò le mie osservazioni al livello del commento ad eventi che mi sembrano degni di essere ripercorsi e ricostruiti dell’esperienza italiana di quest’ultimo decennio. Cercherò di fare una sorta di ricostruzione logica degli eventi, anche se, come tutte le ricostruzioni logiche, forse peccherà per mancanza di alcuni elementi interni.

Un punto di partenza di questa ricostruzione, forse, possiamo trovarlo in quello che, con un termine un tantino esagerato e drammatico, potremmo chiamare il capovolgimento della politica valutaria del nostro Paese nel 1979, l’anno dell’adesione al sistema monetario europeo.

Negli anni precedenti al ‘79, le autorità monetarie italiane avevano seguito la famosa linea della svalutazione differenziata, approfittando del regime di cambi flessibili (che tecnicamente consentiva questa manovra), cercando .di tenere la lira tendenzialmente svalutata rispetto all’area del marco, in maniera da favorire le esportazioni e cercando, invece, di ridurre la svalutazione nei confronti del dollaro, per ridurre il costo delle importazioni. Attraverso questa manovra del cambio, in quegli anni di cambi flessibili sul piano internazionale e di continua inflazione che le autorità sembravano disposte ad accordare, si era messa in moto una spirale di svalutazione e inflazione, di aumenti dei salari monetari, con probabile riduzione dei salari reali che, in fondo, favoriva gli esportatori e gli imprenditori in generale.

Dopo il ‘79, viceversa, con l’adesione al sistema monetario europeo, il rapporto di cambio con il marco doveva essere tenuto tendenzialmente stabile e quindi la politica valutaria si è mossa entro vincoli molto diversi. A partire dall’’80, poi, il dollaro, invece di svalutarsi rispetto al marco, aveva iniziato la sua corsa ascendente che è durata fino a poche settimane or sono.

In questo diverso contesto internazionale, però, anche le autorità italiane fanno scelte diverse. Se noi osserviamo i fatti come si sono svolti, ci accorgiamo che le autorità monetarie hanno cercato di tenere duro rispetto al marco, per cui la svalutazione della lira è stata molto inferiore rispetto al differenziale dei prezzi interni dei due Paesi e oggi la lira, in termini reali, si è rivalutata sul marco, in confronto al 1979. Viceversa, rispetto al dollaro, la lira si è svalutata come tutte le altre valute mondiali, ma si è svalutata ancora di più di quello che i prezzi monetari interni dei due Paesi non segnalassero; per cui attualmente la lira è sottovalutata rispetto al dollaro, a partire dallo stesso anno di riferimento.

Qual è il senso di questa politica? Non è, ovviamente, quello di ottenere degli scopi diretti, perché in questo modo si penalizzano le esportazioni verso l’area europea. E’ vero che si incoraggiano le esportazioni verso l’area del dollaro, però questa è un’area nella quale l’industria italiana stenta ancora ad entrare in massa, anche perché la rivalutazione del dollaro su tutte le altre valute, così come ha favorito gli esportatori italiani, ha favorito anche gli esportatori di altri paesi. Ne deriva che non c’è un vantaggio differenziale specifico portato unicamente e selettivamente all’economia italiana. Ne consegue che non ci sono elementi razionali diretti per questo capovolgimento della politica valutaria; ci sono tuttavia degli elementi razionali indiretti.

Forzare la ristrutturazione
È stata una dichiarazione ufficiale dell’allora Ministro del Tesoro Andreatta ad indicare una linea interpretativa, anche se non completa, di questo cambiamento di rotta.

Andreatta dichiarò che l’unico modo per stroncare l’inflazione in Italia era quello di tenere stabili i cambi esteri, in maniera che gli imprenditori non potessero più aumentare liberamente i prezzi interni comunque confidando su una susseguente svalutazione della lira per non perdere i mercati esteri. Bloccando il cambio estero, così come gli accordi del sistema monetario europeo consentivano od obbligavano a fare, gli imprenditori si sarebbero trovati costretti a stabilizzare anche i prezzi interni.

Veniva quindi annunciato un cambiamento nella politica valutaria, per utilizzare la politica valutaria come strumento di stabilizzazione monetaria interna. In realtà, forse, questa dichiarazione ufficiale di intenti non solo non era completa, ma non era nemmeno totalmente veritiera, perché noi oggi vediamo con grande chiarezza come è stata realizzata questa stabilizzazione rispetto al marco. Come dicevo prima, la lira si è svalutata rispetto al marco, in questi sei anni, molto meno di quello che i prezzi interni avrebbero dovuto imporre. Però la stabilizzazione interna della lira non si è avuta e il differenziale di inflazione fra Italia e Germania si è ridotto di qualche punto, ma non si è affatto annullato.

Allora è evidente che si voleva qualche cosa di diverso. Quello che si voleva era costringere gli imprenditori italiani in una sorta di morsa fra un cambio estero tendenzialmente stabile e un’inflazione interna minore di quella del decennio precedente (anche se il differenziale di inflazione fra Italia e Germania è tuttora molto sensibile), tale da obbligare gli imprenditori a una profonda, veloce e radicale manovra di ristrutturazione per aumentare la produttività del lavoro e riguadagnare, in termini di produttività, quello che gradualmente avrebbero perso in termini di competitività di prezzo. Questa manovra valutaria, che Andreatta aveva annunciato come strumento di politica monetaria interna, in realtà è stato lo strumento maggiore di politica industriale che le nostre autorità economiche hanno utilizzato negli ultimi 5 o 6 anni, a partire dal ‘79. La conseguenza è che nell’economia italiana anche l’inflazione ha cambiato aspetto e dobbiamo abituarci a pensare all’inflazione di oggi come a un fenomeno in parte diverso da quello degli anni ‘70. Negli anni ‘70 l’inflazione era in definitiva qualcosa di desiderato, sollecitato dalle imprese, perché l’inflazione consentiva di erodere continuamente i salari reali, veniva seguita puntualmente dalla svalutazione esterna, non danneggiava cioè dal lato dei mercati, facilitava i rapporti tra capitale e lavoro, non imponendo uno scontro diretto sui salari monetari. Le imprese, in definitiva, erano tendenzialmente inflazioniste. E, infatti, negli anni ‘70 la grande industria italiana non si opponeva mai ad aumenti del salario monetario. Il famoso accordo sul punto unico di contingenza, nel ‘75, fu raggiunto con la benedizione della grande industria, proprio perché in termini monetari, data la continua spirale salari-prezzi-cambi esteri, tutto era diventato soltanto una questione di registrazioni.

Oggi, viceversa, con la politica del cambio esterno stabile, specialmente nei confronti delle valute europee, l’atteggiamento degli imprenditori verso l’inflazione si è capovolto. Oggi l’aumento dei prezzi interni non può più essere trasferito prontamente in una svalutazione della lira e, quindi, si riflette immediatamente in una perdita di competitività sui mercati. La grande industria italiana ha immediatamente registrato questo capovolgimento della situazione e oggi il primo caposaldo della battaglia della grande industria è contrastare l’aumento dei salari monetari; e, quindi, abbiamo assistito all’attacco alla scala mobile, e a tutte le altre battaglie che ruotano intorno alla riduzione del costo del lavoro. L’inflazione anziché desiderata, è oggi un fenomeno al quale le imprese guardano con preoccupazione e per il quale cercano rimedi, come vedremo, in varie direzioni, sia nell’ambito del settore privato, sia nell’ambito del settore pubblico.

Il nuovo segno dell’inflazione
Che l’inflazione abbia cambiato non solo la sua funzione, se così possiamo dire, ma anche le sue fonti, è un dato conosciuto a tutti e, direi, da tutti accettato. Ormai nessuno attribuisce più l’inflazione alla spinta salariale; questa si è moderata, i costi del lavoro sono andati decrescendo, la conflittualità si è ridotta grandemente.

L’inflazione però, se è diventata un fenomeno sgradito alle imprese, è diventata, invece, in questi anni, un ingrediente essenziale della politica economica, perché proprio in questo accoppiamento di inflazione interna e stabilità del cambio consiste quella tenaglia di cui le autorità monetarie si servono per la politica industriale: cioè per obbligare le imprese a una rapida ristrutturazione.

Quindi non è più un’inflazione salariale; se vogliamo c’è una componente internazionale che proviene dall’aumento del corso del dollaro. Ma è anche un’inflazione finanziaria, e su questo ritornerò più in là, perché deriva anche dagli oneri finanziari crescenti; è anche un’inflazione di Stato, in parte, perché deriva dall’aumento continuo e regolare dei prezzi amministrati e dei prezzi controllati. E’ stato proprio il settore dei prezzi amministrati che, invece di effettuare un’opera di stabilizzazione, ha assunto un ruolo di leadership nell’aumento dei prezzi, in piena coerenza con questa impostazione dell’inflazione interna come arma di politica industriale. Come conseguenza si è avuta una ristrutturazione velocissima dell’industria italiana, con calo generale dell’occupazione e un calo ancora più veloce in quella che l’ISTAT chiama la “grande industria”; un aumento diffuso compensativo del settore sommerso (lavoro nero, lavoro grigio, lavoro informale, chiamiamolo come vogliamo), e un aumento compensativo anche dell’occupazione nel settore terziario; occupazione improduttiva, dovremmo chiamarla, dovuta ovviamente a ragioni di stabilità, di consenso. Fin qui ci muoviamo su un terreno noto e molte volte analizzato. E ovvio, però, che le conseguenze vanno anche più in là. Per quanto veloce, l’opera di ristrutturazione non è ancora arrivata a ricollocare l’industria italiana esportatrice nei mercati internazionali nella misura dovuta. La sopravvalutazione della lira nei mercati europei si fa sentire e i risultati si vedono nella bilancia commerciale, che è passiva. Le esportazioni sono costantemente al di sotto delle importazioni, c’è un disavanzo nella bilancia commerciale. Ma le autorità sanno benissimo che questo disavanzo è la conseguenza inevitabile della loro politica monetaria e quindi hanno, con grandissima flessibilità, effettuato un altro capovolgimento di politica monetaria, pienamente coerente con quello che ho detto prima. Hanno, cioè, deciso, ormai da diversi anni, di accettare il disavanzo nella bilancia commerciale ed hanno provveduto a compensarlo — non correggerlo, compensarlo — con un avanzo corrispondente nei movimenti di capitali. Questa è una vera rivoluzione nella politica delle autorità monetarie, perché tutti noi ricordiamo i discorsi che faceva il governatore Carli una decina di anni fa, quando nelle sue dichiarazioni (diciamo pure antisindacali, antisalariali) invocava la politica dei redditi.

Carli diceva: non illudiamoci sul fatto che un disavanzo nella bilancia commerciale possa forse essere compensato da un avanzo nei movimenti di capitali, perché questa è una linea di politica economica che noi, Banca d’Italia, non intendiamo seguire. Noi non riteniamo che la bilancia dei pagamenti debba compensarsi, pareggiarsi nel suo complesso, perché fare affidamento sulle importazioni di capitali è una mossa rischiosa, è sempre segno di un’economia malata, significa vivere a spese di altri Paesi, significa consumare a credito di altri. Per noi, autorità monetarie, la politica economica sana è quella di un pareggio nella bilancia commerciale. Noi dobbiamo pagare le merci che importiamo dall’estero con altre merci vendute, non dobbiamo consumare a credito.

Il mercato finanziario
Oggi, la politica della Banca d’Italia è radicalmente cambiata. Oggi, le autorità monetarie assumono come una conseguenza inevitabile il disavanzo nella bilancia commerciale e fanno una politica di tassi d’interesse elevati, proprio per attirare capitali dall’estero e per impedire fughe di capitali — le due cose convergono sullo stesso obiettivo — che compensano il disavanzo nei movimenti di merci.

L’Italia è diventata rapidamente uno dei Paesi più indebitati del mondo, certamente uno dei più indebitati dei Paesi industrializzati. Se questa sia una politica saggia o no. lo vedremo evidentemente negli anni futuri. Quello che, però, si può dire è che se l’Italia è riuscita in questa politica, diciamo pure ardita, di governare un disavanzo nei movimenti di merci e pilotare al tempo stesso un avanzo equivalente nei movimenti di capitali, questa operazione non può riuscire soltanto giocando di speculazione sui tassi d’interesse. Si può realizzare evidentemente solo nell’ambito di un consenso internazionale Tutti noi ricordiamo quando, una decina d’anni fa, le grandi banche internazionali avevano convenuto che l’Italia non fosse più un Paese degno di fiducia: esisteva un rischio Italia, non si facevano più prestiti all’Italia. Oggi il clima, diciamo pure il clima politico internazionale che circonda l’economia italiana, è totalmente cambiato. Con questa ondata di indebolimento del sindacato, di craxismo, di reaganismo (chiamiamolo come vogliamo), l’Italia è diventata un Paese per bene. È diventata un paese al quale si possono confidare i propri capitali finanziari e, quindi, è vero che, da un lato, le imprese italiane pubbliche e private vengono incoraggiate a cercare prestiti su mercati esteri; è vero che le banche italiane vengono incoraggiate ad indebitarsi verso le banche straniere; però è anche vero che tutte queste richieste di credito trovano all’estero dei finanziatori pronti e generosi. È altrettanto vero che i grandi istituti bancari del mondo occidentale sono lietissimi di aprire crediti al mondo finanziario italiano.

Quindi questa manovra non solo si muove entro una sua coerenza interna, ma si muove in un ambito di consenso internazionale, del quale le importazioni di capitali sono la prova più tangibile, al di là di tutte le manovre tecniche sui tassi d’interesse. Tuttavia, le manovre sui tassi d’interesse ci sono: l’Italia ha tassi di interesse elevatissimi. Io dicevo che il differenziale di inflazione con la Germania occidentale non si è ridotto di molto, però siccome la Germania occidentale ha quasi azzerato la sua inflazione (l’aumento dei prezzi all’ingrosso è quasi zero, o addirittura negativo, mi pare, in uno degli ultimi trimestri), in corrispondenza anche il tasso assoluto d’inflazione dell’economia italiana è caduto, ma questo non ha comportato nessuna caduta nei tassi d’interesse.

Quando gli imprenditori si lamentano di questi oneri finanziari eccessivi, la Banca d’Italia risponde inflessibile che questo è necessario per evitare fughe di capitali, ed ha ragione, perché sostiene la manovra di importazione di capitali. Ma il risultato è, evidentemente, che gli oneri finanziari sono diventati un grosso peso per le imprese.

Ma le nostre autorità monetarie hanno pensato anche a questo. Noi tutti ricordiamo che, anni addietro, quando vi era un’inflazione ancora più elevata e vi erano tassi d’interesse assai elevati, gli oneri finanziari avevano quasi annullato i profitti industriali. Alcuni si lamentavano molto di questa situazione, altri facevano osservare che, in fondo, il profitto era sempre lì, solo che gli imprenditori lo avevano fatto scomparire dalla tasca industriale e lo avevano fatto ricomparire nella tasca finanziaria; profitti magri per il settore industriale, profitti grassi per il settore finanziario, nessun motivo di preoccupazione. In sostanza: avere pieno il cassetto di destra o quello di sinistra non sposta molto la situazione del grande capitale.

Imprese e disavanzo pubblico
Però, negli anni successivi, dopo il ‘79, si è fatto qualche cosa di più per aiutare il settore industriale a ripareggiare i propri conti con le banche, per ovviare al fatto che, ridottasi l’inflazione, i tassi d’interesse non sono caduti in maniera proporzionale.

Dal punto di vista finanziario avremmo dovuto aspettarci un peggioramento della posizione delle imprese industriali, perché, appunto, i tassi d’interesse reali sono molto più alti oggi di quello che non fossero dieci anni fa. E allora come si spiega il fatto che, invece, l’industria italiana ha ripareggiato i propri conti e non è più gravemente indebitata verso il settore bancario? Lo si spiega proprio con il disavanzo del settore pubblico.

Il settore pubblico, con manovra provvida, ha gestito i propri conti in enorme e crescente disavanzo, come sappiamo; questa è una delle cose più note, più dibattute, più deprecate sulla scena economica e politica del nostro Paese. Ma quando il settore pubblico gestisce il proprio bilancio in disavanzo, quale che sia la destinazione della spesa, cosa che adesso è difficile da conoscere ed ancor più difficile da giudicare, c’è comunque un effetto monetario immediato in quanto attraverso il disavanzo del settore pubblico viene immessa nel sistema economico una liquidità tutta particolare, una liquidità, cioè, che per le imprese non comporta il ricorso al sistema delle banche.

Se il settore pubblico viene gestito in pareggio, e cioè la spesa pubblica è coperta con le imposte, il settore pubblico non aggiunge e non toglie una lira di liquidità, si limita a prendere da una parte e a spendere dall’altra; le imprese ottengono liquidità aggiuntiva soltanto dal settore bancario con il conseguente indebitamento. Quando invece c’è un disavanzo nel settore pubblico, finalmente è lo Stato che s’indebita verso la Banca Centrale, con un allargamento della base monetaria, o si indebita verso i risparmiatori, aumentando la velocità di circolazione della moneta.

Ma in entrambi i casi le imprese ottengono flussi di liquidità che per loro non sono un debito, liquidità sulla quale non devono pagare interessi. È stato proprio il disavanzo del settore pubblico che ha riequilibrato i conti del settore industriale verso il settore finanziario.

Si parla molto del disavanzo nel settore pubblico e si osserva che questa offerta continua di titoli sui mercati finanziari, questo rastrellare di continuo liquidità dai risparmiatori per convogliarla verso i titoli pubblici e le casse dello Stato avrebbe spiazzato le imprese italiane dal mercato finanziario. Si osserva inoltre che con un’offerta di titoli pubblici a tassi d’interesse così vantaggiosi, le imprese industriali si sarebbero trovate nell’impossibilità di competere con la conseguenza che se non riuscissero più a finanziarsi sul mercato, sarebbero state spiazzate. Sarà anche vero, ma è irrilevante, perché con l’immissione di liquidità derivante dal disavanzo dello Stato le imprese realizzano profitti tali per cui non hanno più alcun bisogno di ricorrere al mercato finanziario. Saranno state spiazzate dal mercato finanziario, ma sono rimpiazzate sul mercato delle merci, dove realizzano dei profitti tali che consentono un comodo autofinanziamento. Si è parlato giustamente di una crisi fiscale dello Stato. Questo è vero, però come il disavanzo della bilancia commerciale è un disavanzo voluto, così anche il disavanzo nel settore pubblico — non so dire se voluto o non voluto — certamente si armonizza in una manovra politica complessa e nel suo insieme coerente. E di questa crisi fiscale dello Stato, dobbiamo a questo punto dare un giudizio molto più circostanziato e qualificato. Se apriamo il giornale, noi leggiamo che il disavanzo nel settore pubblico è dovuto a un eccesso di spesa, al fatto che ci sia stata un’esplosione della spesa pubblica per sussidi, pensionamenti, cassa integrazione; altre forme di trasferimenti personali e che, quindi, è necessario ridurre la spesa pubblica proprio nel settore dei trasferimenti personali, per riequilibrare le finanze dello Stato. Si è dato troppo al cittadino utente-consumatore e adesso basta: tagliamo sulle scuole, tagliamo sulle università, tagliamo sulla sanità, tagliamo su tutto quello che si può tagliare: sono le spese che vanno tagliate. Vorrei osservare che certamente per il cittadino utente, consumatore, sussidiato, beneficiato, quello che conta è il livello della spesa pubblica. Quando però la spesa pubblica viene gestita in disavanzo, come avviene negli ultimi anni dell’economia italiana, c’è un altro beneficiario al di là del consumatore, pensionato, assistito, e questo è il settore industriale, per le ragioni che dicevo prima. Quindi, il disavanzo del settore pubblico italiano ha svolto la sua funzione, anche e soprattutto, nei confronti del settore industriale. Se parliamo di settori che hanno tratto vantaggi dal livello della spesa pubblica e dal fatto che essa sia stata gestita in disavanzo, dobbiamo ricordarci che il primo ad essere stato avvantaggiato è il settore industriale, ed è per questa ragione che i progetti di riequilibrare il disavanzo, eliminare, ridurre, rientrare, come si dice oggi, dal disavanzo del settore pubblico, sono progetti che riscuotono sicuramente l’approvazione dell’uomo della strada, perché un debito è sempre una cosa negativa, ma in definitiva non fanno grande presa sul settore industriale, che è il più interessato.

La disoccupazione selettiva
Questa esplosione del disavanzo e della spesa è stata utilizzata con sagacia, come dicevo prima, e non solo ha avuto l’effetto finanziario di rimettere a posto i conti delle imprese, ma evidentemente è stata utilizzata anche per una serie di assunzioni nelle pubbliche amministrazioni, per allentare ed alleviare la situazione del mercato del lavoro, che altrimenti sarebbe stata molto più pesante. Infatti se noi andiamo a guardare il bilancio complessivo del mercato del lavoro, ci accorgiamo di un’anomalia, a prima vista, che distingue il mercato del lavoro italiano da quello degli altri Paesi. Ci accorgiamo infatti che l’Italia, pur essendo il Paese che aveva l’industria più arretrata e bisognosa di ristrutturazione, il paese che ha un disavanzo nei conti con l’estero da far rizzare i capelli, il Paese che ha un disavanzo nel settore pubblico che toglie il sonno e l’appetito ai nostri Ministri delle Finanze e del Tesoro, tuttavia è il Paese che in fondo ha meno disoccupazione complessiva di altri Paesi europei.

L’Italia ha concentrato la sua disoccupazione nel settore industriale, l’ha ultraconcentrata nel settore della grande industria, ma se facciamo la somma di tutti i settori e ci mettiamo anche il terziario, e consideriamo occupati tutti quelli che percepiscono uno stipendio, l’Italia ha più occupati, in totale, di quelli che aveva nel 1979 e non ha avuto la brusca ondata di disoccupazione che, invece, ha avuto la Gran Bretagna e, in parte, anche la Francia. Ma si tratta ancora una volta di una conseguenza dell’intera manovra, perché proprio questo aumento del disavanzo nel settore pubblico ha consentito di fare, in sostanza, questa politica di occupazione improduttiva e di consenso, che ha alleviato la situazione nel mercato del lavoro.

Tuttavia, dobbiamo chiederci a che cosa conduce l’insieme di questa manovra; perché se è vero che conduce ad una profonda ristrutturazione nell’industria e ad un grado di disoccupazione, tutto sommato, tollerabile, però conduce a una trasformazione profonda nella struttura del mercato del lavoro: sempre meno occupati in attività produttive e sempre più occupati in altre due direzioni. O nel lavoro nero, disperso e frammentato — i cosiddetti lavoratori indipendenti — oppure nel lavoro improduttivo, nel settore terziario, dei servizi, banche, assicurazioni, studi commerciali, consulenti fiscali, aziendali e così via.

Allora è evidente che dal punto di vista della struttura occupazionale l’economia italiana sta facendo dei passi indietro, perché si carica sempre di più, da un lato, di lavoratori non protetti, e quindi di un settore che socialmente è inaccettabile, e dall’altro di lavoratori improduttivi, che sul piano normativo e del trattamento sono privilegiati, ma nel quadro dell’economia nazionale sono comunque un peso improduttivo.

Aggiornamento o innovazione?
Qual è allora la strada che si può individuare per contrastare questo processo? E ovvio che la via di uscita viene indicata concordemente da tutti proprio nella innovazione tecnologica, nel progresso, che consentirebbe di ricollocare l’industria italiana nel mercato internazionale e, per questa via, consentirebbe la ripresa. Io vorrei, anche senza averne la competenza, e quindi soltanto con lo scopo di formulare dei punti interrogativi, chiedermi o chiedervi in che cosa consiste effettivamente questo processo di ristrutturazione, di innovazione tecnologica che l’industria italiana ha accelerato negli ultimi anni e si propone di continuare negli anni a venire.

Perché io ho l’impressione che qui ci sia, non voglio dire una confusione di concetti, perché sarebbe offensivo, ma certamente una sottile dissolvenza di definizioni fra due fenomeni che, viceversa, sono diversi. L’uno è quello del semplice aggiornamento tecnologico. Aggiornamento tecnologico vuol dire comprare i macchinari più avanzati. L’aggiornamento tecnologico è quello che faccio io se butto via questo vecchio orologio a molla di 25 anni fa e lo sostituisco con un moderno orologio al quarzo. Eccomi aggiornato, in materia di misurazione del tempo. L’aggiornamento è quello che certamente l’industria italiana sta facendo, sostituendo macchinari, comprando macchinari dai fabbricanti più aggiornati e, quindi, presentandosi sui mercati con un equipaggiamento e una attrezzatura, diciamo pure, d’avanguardia. L’aggiornamento tecnologico, però, non conferisce alcuna priorità nei mercati internazionali, perché l’aggiornamento tecnologico è accessibile a tutti. Chiunque si può aggiornare dall’oggi al domani, buttando una linea di montaggio nella spazzatura e facendone venire una nuova, non so se dagli Stati Uniti, o dalla Germania o dai Giappone, questo lo sceglierà lui. Certamente in tal modo può ridurre i suoi costi, può avere un po’ di respiro, ma non gli dà alcuna priorità nei mercati internazionali, perché lo stesso aggiornamento, come lo ha fatto lui, lo possono fare e lo stanno facendo tutti gli altri. La vera priorità nei mercati internazionali, quella che davvero rappresenterebbe una via di uscita, consiste invece in un’operazione di tutt’altra natura, che è l’innovazione. Non sostituire i propri macchinari comprandone altri più aggiornati, ma farsi autori di nuove tecnologie; e su questo l’industria italiana non è stata altrettanto pronta. È vero che esistono alcuni settori dell’industria meccanica i cui macchinari vengono ordinati da tutto il mondo; è vero che esistono alcuni comparti, non so se dell’aeronautica o di altri settori, in cui l’industria italiana vanta alcune priorità. Ma queste, alcune isole di progresso tecnologico non caratterizzano la situazione normale dell’industria italiana. E quello che mi preoccupa è il sospetto che questa enorme manovra di ristrutturazione, che ha gettato fuori dalle fabbriche decine di migliaia di lavoratori, non consista, in realtà, in un processo che conduce a un’innovazione tecnologica autonoma, ma che si tratti soltanto di una normale manovra di aggiornamento che, come tale, è una manovra perpetua, perché l’aggiornamento è qualcosa di perpetuo: si deve fare tutti i giorni, perché tutti lo fanno tutti i giorni. L’innovazione dà luogo, evidentemente, a posizioni di mercato completamente diverse. Chi dispone di un prodotto suo o di un metodo di produzione suo, può vendere, finché non viene imitato, il suo prodotto in regime di monopolio. E vi sono mille trucchi per prolungare questo monopolio nel tempo. Inoltre l’innovazione si autoperpetua, si autogenera, ed è evidente che le industrie dei Paesi leader si affermano nei mercati internazionali proprio perché chi è portatore di un prodotto nuovo non ha problemi di prezzo, è lui che impone il prezzo. Se la debolezza dell’industria italiana è proprio nel settore dell’innovazione e se in questa direzione l’industria italiana non ha fatto quegli sforzi capillari e a tappeto che avrebbe dovuto fare, è chiaro che i problemi si ripropongono. Avremo continuamente il problema dell’aggiornamento, continuamente il problema della ristrutturazione, continuamente il problema dei licenziamenti e dell’alleggerimento degli organici di lavoro.

NOTE
[1] Estratto da AZIMUT n° 19 rivista bimestrale di economia politica e cultura – settembre-ottobre 1985

Presentiamo ampi stralci dell’intervento che il prof Augusto Graziani, dell’Università di Napoli, ha svolto al convegno di Azimut sulla politica economica e l’occupazione, tenutosi a Milano nei giorni 25 e 26 ottobre 1985. Si avvisano i lettori che il presente testo non è stato rivisto dal prof. Graziani.

Time for shock on the rock

I segnali del declino degli USA sono tanti e sempre piu forti.  La Cina non è piu il principale detentore del debito pubblico Statunitense,anzi dal 2010 ha sempre più ridotto gli acquisti dei bond del Tesoro USA  fino alla decisione di iniziare a venderli. La Cina non è piu disponibile a finanziare gli americani che sanno solo consumare a debito. La FED ha cosi dovuto avviare i famosi QE: la stampa di moneta artificiale. Dal 2011 al 2014 con 3 QE la FED ha riversato su Wall Street ben  4500 miliardi di dollari che ha spinto il Dow Jones ai massimi livelli. Tutto questo però, è completamente slegato dall’economia reale Americana che non cresce e questo è il fattore che più preoccupa gli analisti e il mondo finanziario in generale. I 2 grafici qui sotto ci dovrebbero far capire  che se non siamo DI NUOVO al punto di rottura poco ci manca.

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In 5 anni ,dal 2009 al 2014, il Dow Jones è cresciuto di 10000 punti e questo non grazie all’economia ma alla liquidita immessa dalla FED ed a tassi prossimi allo 0!

Diamo una occhiata anche all’andamento storico dello S&P 500

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I mercati finanziari essendo completamente scollegati dall’economia reale sono diventati dipendenti dai QE come in un rapporto tra pusher e tossicodipendente. I mercati al tapering si deprimoni e ritirano i capitali ,mentre quando arriva la liquidità diventano tutti euforici. Per disintossicarsi la BC  decide di alzare i tassi. Ma se la BC alza i tassi, chi aveva contratto un debito riuscirà  a coprire la maggiorazione degli oneri? La maggior parte delle volte no,ecco quindi che la bolla scoppia.In tutto questo sono inclusi  i “giochini”delle cartolarizzazioni e del levarage  che non fanno altro che aumentare esponenzialmente le dimensioni della bolla….leggi subprime

Dicevamo che i mercati finanziari vivono nel loro mondo liquido speculativo con incursioni nell’economia reale solo se ,nel breve, il prezzo paga bene. Il grafico qui sotto aggiunge l’evidenza di una economia Statunitense che non cresce e che JPM ne ha addirittura tagliato le stime per il
2015

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Il debito Statunitense ,inoltre,è arrivato a 18000 miliardi e qualsiasi provvedimento abbiamo adottato per diminuirlo ha sortito l’effetto opposto. In tale situzione gli USA cercano di risolvere i loro problemi accordandosi con l’ EUROPA per il TTIP, che ,come “vantaggio”,porterebbe quest’ultima  ad incrementre le esportazioni verso gli USA,  e meno intra-zona, ma con una proiezione in 20 anni di solo qualche punto percentuale in piu rispetto all’assenza del trattato. Il grande rischio invece che il TTIP comporterebbe è quello di esporre in misura maggiore l’Europa ,soprattutto i Paesi del Sud Europa,a shock economici originati da  oltre oceano, con delle ripercussioni su entrambe le popolazioni che lascio a voi immaginare.

La rigidità di cambio,unica al mondo, le politiche di austerità ed una recessione che si protrae da anni non sono sicuramente le condizioni migliori per proteggere l’Italia da una ulteriore bolla che metterebbe a dura prova il nostro siatema economico e sociale….ma forse questa è la “medicina” che vogliono farci prendere per diventare definitivamente una periferia degli USA….I nostri politici? È da anni che la bevono!

Perchè in Germania cresce la povertà?

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DI MAURIZIO BLONDET

maurizioblondet.it
La quota di tedeschi che vivono sotto la soglia di povertà, in Germania, è aumentata: nel 2006 erano il 14%, i ora sono 15,5%. Sono 12 milioni e mezzo di persone. Circa mezzo milione in più. Forse non è nemmeno una notizia (sono gli effetti della riforma Hartz che si cumulano di anno in anno, e la tendenza è pronunciata in tutto l’Occidente sviluppato sotto il capitalismo terminale) se non per notare questo: nel paese che ha più successo della UE, quello con i colossali attivi e surplus commerciali, il modello economico più rinomato e additato ad esempio, la buona amministrazione… nonostante tutto, la povertà cresce.

germania povera

E il governo tedesco ha recentemente assicurato che il divario tra ricchi e poveri, in Germania, diminuisce. “Un’asserzione semplicemente falsa”, ha dichiarato Ulrich Schneider, direttore di un’associazione chiamata Paritätischer Gesamtverband (PG). “La povertà non è mai stata così alta in questo paese, e la frammentazione regionale mai così elevata come oggi”. Non solo le classi sociali, ma anche i lander si dividono fra quelli che scendono verso la miseria (Meklenburgo-Pomerania, le città stato di Brema e Berlino) e quelli che prosperano, come Baviera e Sassonia-Anhalt. Il nuovo salario minimo obbligatorio dal 2015, 8,5 euro lordi l’ora, non ha migliorato molto le cose. Dal 2000, l’ultimo decile di salariati (i poveri) ha perduto il 20 per cento del potere d’acquisto, e i due decili seguenti il 15%, mentre il decile più alto ha il 3% in più. Insomma la povertà non fa che crescere nel paese più prospero, e ciò da 15 anni.

Ovviamente la stessa tendenza è visibile, anzi peggiora, nei paesi meno favoriti, anche se il calcolo della soglia di povertà varia da paese a paese: un norvegese è povero se sta sotto i 1286 euro al mese, un romeno se prende meno di 180. Un francese è povero a 934 euro mensili, un italiano sotto i 780, uno spagnolo sotto i 616, un greco sotto i 500 . E si deve tener conto che si tratta d i povertà non assoluta, ma “relativa” alla ricchezza mediana della popolazione: è povero chi ha un reddito pari alla metà del reddito mediano (non medio) della nazione.

In questo senso, i tedeschi “poveri” (una famiglia con due figli è povera a 1850 euro mensili) si sentono facilmente più ricchi dei francesi, italiani, greci…

Ovviamente è in causa l’insufficiente qualificazione ed istruzione dei lavoratori, specie giovani e donne. I non qualificati subiscono in pieno la competizione della mondializzazione, di salariati che prendono dieci o venti volte meno. Ma è impressionante che la quota di poveri continui ad aumentare dappertutto in Europa, nonostante la fase di (molto relativa) ripresa. O anche di ripresa vera: la Spagna prevede una crescita del Pil del 2,8% nel 2015, seconda solo all’Irlanda (3,6)

); ha creato mezzo milione di posti di lavoro nell’ultimo anno. Ma – ovvio- precari e pagati, per i giovani di primo impiego, meno di 700 euro mensili. Su questo si basa la ripresa spagnola, strutturalmente indebolita dalla grande crisi del 2008 .
http://www.lemonde.fr/economie/article/2015/07/31/espagne-derriere-le-rebond-une-economie-structurellement-affaiblie_4705986_3234.html#AHRsH4SwSKezEzC8.99

La ripresina in atto è dovuta al calo dell’euro, al calo del petrolio, e alle politiche della BCE che abbassano i tassi d’interesse, e consentono al governo di Roma di indebitarsi al 2%. Il calo della disoccupazione che si vede in paesi come la Spagna (e non in Italia) può essere temporaneo e reversibile.

E’ quanto prevede e paventa uno studio dell’importante centro-studi francese Natixis: il 2015-16 saranno (salvo imprevisti) due anni relativamente buoni per la zona euro. Il 2017 rischia di vedere un riequilibrio del prezzo del petrolio, ossia un rincaro, con relativo rallentamento della domanda, la cessazione della stamperia (QE) della BCE, con conseguente rincaro dei tassi d’interesse e difficoltà per i debitori, pubblici e privati. Infine, (cito) “in alcuni paesi (Francia, Italia, Spagna) la necessità di realizzare un aggiustamento di bilancio in un ambiente divenuto sfavorevole: crescita più bassa, tassi d’interesse più alti…I fattori che sostengono la crescita del 2015-2016 si invertono”. Conclusione e titolo dello studio: “2017: un anno catastrofico per la zona euro”. L’apparato pubblico italiano, che resiste ferocemente a diventare leggero, snello e tagliarsi i privilegi e i parassitismi, avrà perso – e ci avrà fatto perdere – anche questa occasione.

http://cib.natixis.com/flushdoc.aspx?id=83216

Maurizio Blondet

Fonte: http://www.maurizioblondet.it

Link: http://www.maurizioblondet.it/perche-anche-in-germania-cresce-la-poverta/

5.08.2015

IL PENSIERO NARRATIVO…La Realtà come costruzione sociale….

CHE COSA E’ IL PENSIERO NARRATIVO

Il pensiero narrativo si fonda sulla costruzione di storie.

Non è facile dire in che cosa una storia consista. Forse la difficoltà principale risiede nel fatto che il concetto di narrazione travalica i confini del pensiero e del linguaggio e giunge a sovrapporsi alla vita stessa.

Secondo Barthes (1977), la narrazione è presente “nel mito, la leggenda, la fiaba, il racconto, la novella, l’epica, la storia la tragedia, il dramma, la commedia, il mimo, la pittura, nei mosaici, nel cinema, nei fumetti, nelle notizie, nella conversazione, in tutti i luoghi e in tutte le società. Indipendentemente da una suddivisione in buona o cattiva letteratura, la narrazione è internazionale, transtorica, transculturale: essa è semplicemente lì, come la vita stessa” (Barthes R., 1977).

Il pensiero narrativo viene impiegato prevalentemente nell’ambito del discorso e del ragionamento quotidiano e trova il suo campo naturale di applicazione nel mondo sociale. Ciò è dovuto al fatto che esso cerca di dare un’interpretazione ai fatti umani creando una storia basata sull’intenzionalità degli attori e sulla sensibilità al contesto. Il contesto è costituito dalla situazione relazionale nella quale nascono o alla quale devono essere adattate le storie per essere rese credibili.La storia costituisce quindi un modello interpretativo delle azioni sociali umane e non è un processo arbitrario: deve essere rispettata una forma di coerenza.Linguisticamente il pensiero narrativo è sintagmatico, nel senso che l’asse del suo linguaggio è orizzontale e riguarda tutte le possibili opzioni sintattiche per concatenare le parole o le frasi tra loro. Al contrario, l’asse paradigmatico del linguaggio taglia attraverso la catena del discorso e richiama alla mente tutti gli altri membri del paradigma che potevano essere usati in un particolare punto della catena.Il pensiero narrativo è inoltre ideografico, nel senso che ricerca le leggi relative al caso singolo. Nel cercare la logica delle azioni umane, esso si muove al livello della intensionalità dei significati, cercando di ricostruire la ricchezza del caso singolo secondo un quadro unitario.Il termine intensionale indica, infatti, il particolare e preciso contenuto, la proprietà o la qualità individuale, la connotazione di un termine, di un predicato o di un enunciato. E si contrappone ad estensionale, termine che invece indica la classe di tutti gli oggetti che sono denotati con lo stesso segno, cioè con la stessa parola; per cui un insieme viene definito per estensione quando si enumerano esplicitamente tutti gli elementi che appartengono a tale insieme.

CARATTERISTICHE DELLA NARRAZIONE

Lo psicologo e pedagogista J. S. Bruner ha cercato di elaborare una sintesi delle proprietà principali delle narrazioni (Bruner J., 1986).Secondo questo autore tali proprietà sono:

a) Sequenzialità: nella narrazione gli eventi sono disposti in un processo temporale e hanno una durata che non è solo anticipativa, ma anche retroattiva. Il movimento temporale può comportare delle soste, come dei salti improvvisi in avanti o in dietro. Tutto questo implica comunque una durata temporale, e gli eventi non potrebbero essere descritti se non in questa dimensione.

b) Particolarità e concretezza: la narrazione tratta essenzialmente di avvenimenti e di questioni specifiche riguardanti le persone. Sono le persone a fungere da soggetti della trama narrativa, anche se esse sono inserite in famiglie o in gruppi sociali. In certi casi i soggetti sono rappresentati da animali, ma, come le favole di Fedro ci insegnano, le esperienze di questi animali sono metafore di quelle dell’uomo.

c) Intenzionalità: questa caratteristica è connessa alla precedente e si riferisce al fatto che la narrazione riguarda eventi umani. I soggetti principali di questi eventi, le persone, compiono delle azioni, sono mossi da scopi e da ideali, possiedono delle opinioni, provano stati d’animo: insomma, nella narrazione essi vengono presi in esame nella loro caratteristica di possedere stati mentali.

d) Opacità referenziale: questo concetto indica che la rappresentazione ha valore, non in quanto si riferisce ad un evento o ad un oggetto definito e concretamente esistente, ma in quanto rappresentazione. Anche se la narrazione parla di persone specifiche, non è tanto in questione il problema della loro esistenza, quanto quello del loro essere “personaggi”, ed esse devono essere lette in quanto tali.Pertanto, in una narrazione non si può parlare in termini di verità o falsità, di realismo o di immaginario, ma solo di verosimiglianza. Questa risulta determinata non dalla sua referenzialità, ma dalla coerenza del racconto.Non si può tuttavia dire che il pensiero narrativo non contenga un asse referenziale, ma solo che questo asse dipende da una presupposizione.Questo è quanto Umberto Eco (1994) ha recentemente sostenuto nel corso delle lezioni tenute presso l’Università di Harvard: la regola fondamentale per affrontare un testo narrativo è che il lettore accetti, tacitamente, un patto finzionale con l’autore, quello che Samuel Taylor Coleridge chiamava la “sospensione dell’incredulità”. E’ come se il narratore dicesse: “ammettete che questo mondo immaginario che io vi presento sia reale, ed accettate per buone le cose che vi racconto”.

e) Componibilità ermeneutica: gli eventi che compongono una storia possono essere compresi unicamente in rapporto al più generale contesto che li contiene. L’interdipendenza parte-tutto determina una circolarità che rende inadeguato qualsiasi strumento di analisi unicamente basato sulla causalità logica. Questa circolarità non è solo attinente al testo della storia ma anche al suo contesto.

La narrazione è sempre prodotta a partire da un determinato punto di vista del narrante ed è recepita in base al punto di vista dell’ascoltatore.

f) Violazione della canonicità: nella narrazione c’è una fase di processualità “normale” nella quale le cose si svolgono secondo le attese. E’ questa la dimensione canonica della narrazione. Ad un certo punto compare una rottura in questa normalità, avviene un imprevisto, un “evento precipitante” che crea una situazione di squilibrio facendo così deviare il corso delle azioni. La narrazione, quindi, affronta contemporaneamente la canonicità e l’eccezionalità.

g) Composizione pentadica: una narrazione ben formata è composta da cinque elementi: attore, azione, scopo, scena, strumento (Burke, 1945). Fino a che questi elementi sono in equilibrio tra loro, la narrazione procede in modo canonico.

All’interno di una determinata scena l’attore compie delle azioni per raggiungere uno scopo servendosi di mezzi appropriati. Tuttavia qualcosa può frapporsi in questo percorso: il comportamento dell’attore diviene incomprensibile, lo strumento può non essere adeguato, lo scopo risulta fuori dalla portata, ostacoli di altra natura intervengono a determinare una situazione critica, ad imporre un cambiamento di rotta.

La composizione pentadica riguarda dunque non solo i cinque elementi che la compongono, ma anche la loro organizzazione.

h) Incertezza: la narrazione si svolge secondo un livello di realtà incerto. Il linguaggio è metaforico e “congiuntivo”. Esso esprime la possibilità: non tanto ciò che si verifica, quanto ciò che potrebbe o dovrebbe accadere, ed in questo si distingue da una mera esposizione di fatti (Ricoeur, 1983).Un buon racconto è caratterizzato da una certa dose di incertezza, è aperto a varianti di lettura, soggetto alle divagazioni degli stati intenzionali, in qualche modo indeterminato. Questa indeterminatezza rende più facile identificarsi con gli attori ed entrare dentro la trama narrativa.Svolgendosi su un piano a metà strada tra realtà e immaginazione, gli interlocutori possono contrarre i significati da attribuire alla narrazione.

i) Appartenenza ad un genere: sebbene particolare e concreta, la narrazione può essere inserita in un suo genere o tipo.Come in campo letterario ci sono diversi tipi di racconto, ad esempio la tragedia, la farsa, la commedia, così è possibile richiamarsi a generi analoghi per le narrazioni che costruiamo nella vita quotidiana.Quando parliamo del genere dobbiamo intendere due dimensioni. Una dimensione riguarda la fabula: essa può essere costituita, ad esempio, dal tema del “figlio ingrato che non soccorre i genitori malati” o “dall’amore impossibile di due giovani ostacolato dalla famiglia”. L’altra dimensione riguarda lo sjuzhet, cioè il modo di raccontare. Uno stesso intreccio può essere narrato in modi diversi, utilizzando ad esempio la modalità avventurosa dell’azione o quella più intima del romanzo interiore (Smorti, 1994).La distinzione tra fabula e sjuzet ossia tra fabula e intreccio è stata proposta dai formalisti russi:

la fabula è lo schema fondamentale della narrazione, la logica delle azioni, la sintassi dei personaggi, e il corso degli eventi ordinati temporalmente. Può anche non essere una sequenza di azioni umane e può concernere una serie di eventi che riguardano oggetti inanimati o idee (Eco, 1979).

Lo sjuzet è la storia come di fatto viene raccontata, come appare in superficie, con le sue dislocazioni temporali, salti in avanti e in dietro, riflessioni parentetiche. In un testo narrativo lo sjuzet o intreccio si identifica con le strutture discorsive.

L’intreccio può mancare, ma fabula e discorso no.Fabula e intreccio non sono una questione di linguaggio. Sono strutture quasi sempre traducibili anche in un altro sistema semiotico.

LE PROCEDURE NARRATIVE DEL PENSIERO

Nella nostra cultura diamo per scontato che un individuo si comporti secondo determinati copioni, che le sue azioni siano coerenti in rapporto alla situazione in cui si trova, che nella comunicazione cerchi di essere breve, rilevante e veritiero, che rispetti certe regole prestabilite circa l’alternanza dei turni nella conversazione e così via.Quando si imbatte in una eccezione che viola l’ordinario, se ha necessità di spiegarla, la persona inventa delle storie.Queste storie assegnano un significato all’evento eccezionale e cercano di dare un senso coerente alla realtà (Mancuso, 1986).I procedimenti narrativi, intesi come attribuzione di senso, vengono dunque messi in atto a partire da un problema. Tale problema consiste in un evento incongruente rispetto alla situazione, così come essa viene percepita dal narratore.In alcuni casi una più attenta analisi della situazione è sufficiente a produrre coerenza, ma in altri il contesto deve essere ampliato includendovi anche elementi che vadano oltre il dato immediatamente contingente.Ciò può avvenire secondo diversi tipi di procedimento ognuno dei quali può essere usato da solo o in interazione con gli altri: ricerca degli antecedenti, ragionamento analogico, logica quasi paradigmatica, articolazione tra azione ed intenzione, tropi, validazione.

RICERCA DEGLI ANTECEDENTI

Con la ricerca degli antecedenti si costruisce una sequenza storico-causale che sia capace di rendere conto dell’incongruenza.Indagare “che cosa c’era prima” costituisce un modo per trovare una ragione e quindi una spiegazione. Questo processo di ricerca avviene grazie all’accumulazione narrativa (Bruner J., 1990). Con questo concetto si vuole indicare il fatto che le diverse narrative si accumulano formando una specie di storiografia personale che la persona compila nel corso della propria vita. Questa storiografia comprende sia le nozioni storiche in senso lato (quelle che si desumono dai testi, dai giornali e dalla televisione), che le esperienze personali codificate come cronache (“ieri ho fatto questo e quest’altro”) o come romanzo storico (“quando ero piccolo giocavo con i soldatini, sognavo di diventare eroe dei fumetti eccetera.”). Questo patrimonio storiografico che integra la storia personale e quella della collettività viene impiegato per ricercare gli antecedenti.L’accumulazione narrativa non è disposta in modo lineare ed uniforme e la ricerca degli antecedenti si svolge in base alla formulazione di ipotesi circa la correlazione tra fatti che appaiono rilevanti per comprendere la situazione presente.

In alcuni casi la ricerca degli antecedenti può orientarsi più nella scoperta delle ragioni che nell’individuazione delle cause. E’ questo il caso del ragionamento analogico.

RAGIONAMENTO ANALOGICO

Si assiste oggi ad una sostanziale rivalutazione del ragionamento analogico come forma di pensiero quotidiano in grado di descrivere il modo in cui le persone prendono delle decisioni, esprimono dei giudizi, compiono delle inferenze sugli avvenimenti.Il giudizio di inferenza è un procedimento che consente, a partire da certe premesse e attraverso certe regole, di arrivare a determinate conclusioni.L’impiego del ragionamento analogico è uno dei principali procedimenti di cui si serve il pensiero narrativo per comprendere i fatti sociali. Infatti nell’uso del ragionamento analogico applicato ai fatti sociali, il soggetto cerca nella passata esperienza legami tra avvenimenti che possano servire come modello-guida per costruire un legame tra gli eventi presenti.Dunque, quando un comportamento è incongruente rispetto alla situazione si cerca di attribuire un nuovo significato al rapporto comportamento-situazione in modo da renderlo coerente (Barker, 1978). Risolvere questo problema tramite il ragionamento analogico significa trovare nel passato una coppia situazione-comportamento simile per qualche aspetto alla coppia presente e nella quale il legame causale sia chiaro e plausibile.Un caso specifico di ragionamento analogico è quello in cui si impiega un prototipo. Con questa procedura viene scelto un evento della passata esperienza che serve come punto di riferimento per un’intera classe di eventi.Il prototipo può essere definito come un elemento di una classe che meglio di altri la rappresenta, vale a dire che esprime le caratteristiche tipiche di quella classe.Nella vita di una persona ci sono molte esperienze prototipiche .Il momento in cui il figlio ottiene dal padre le chiavi della macchina per poter uscire da solo può divenire il prototipo di tutte le esperienze di autonomia.

LOGICA QUASI PARADIGMATICA

Quando non vengono trovate analogie o prototipi capaci di spiegare l’evento incongruente, il pensiero narrativo può fare ricorso a presupposizioni dotate di una maggiore astrattezza. Ciò significa che usa, in modo narrativo, processi di tipo logico.

Anche il ricorso a copioni è un procedimento utilizzato dal pensiero narrativo. Per esempio, il fatto che Mario sia vestito elegantemente, e che io sappia che egli si veste con giacca e cravatta quando deve andare a qualche incontro galante, costituisce un copione che mi permette di ipotizzare ciò che egli sta per fare.Quanto più un copione assume un significato di legge generale di condotta, tanto più il ragionamento analogico assomiglia a quello deduttivo.Un procedimento molto simile a quello descritto a proposito dei copioni è il ricorso al genere. Esso infatti fa parte di quelle strategie che impiegano strutture di livello superiore all’evento da spiegare. La conoscenza dei generi, sia come fabula che come sjuzhet, permette al soggetto di avere uno strumento interpretativo per la comprensione degli eventi sociali. Se egli individua nel comportamento di una persona una storia includibile in un genere è in grado anche di fare delle ipotesi sullo sviluppo di quella storia.

 ARTICOLAZIONE TRA AZIONE E INTENZIONE

Nelle storie c’è un livello delle azioni ed un livello delle intenzioni. Le azioni hanno un’organizzazione causale e ben definita: esse accadono oppure no. In certi casi, tuttavia, le azioni sono connesse tra di loro in modo incongruente, tale da non permettere un’analisi causale. Diviene allora necessario passare dal livello più oggettivo delle azioni a quello più soggettivo delle intenzioni. Con questo livello il soggetto analizza quale possa essere la percezione che un determinato attore sociale ha di una situazione. Egli deve prendere in esame il problema della coscienza e dell’intenzionalità. Nel fare ciò impegna una propria teoria della mente.Se narrare significa anche raccontare le intenzioni dei protagonisti, le loro idee ed emozioni, questo implica che il narratore disponga di una qualche forma di rappresentazione sulla mente dei personaggi del racconto. Attraverso questo strumento concettuale egli può costruire e arricchire le proprie narrazioni in modo da articolare il livello delle azioni con quello delle intenzioni elaborando sia rappresentazioni che metarappresentazioni sulla vita dei personaggi (Astington, 1990).In tal modo egli può assumere non un punto di vista valutativo circa la verità o meno del contenuto intenzionale, ma un punto di vista metarappresentativo: questo è quanto pensa l’attore, indipendentemente dal fatto che ciò sia vero o meno.Questa analisi dei rapporti tra intenzioni e azione dipende dalle procedure che vengono impiegate dalla teoria della mente posseduta dal soggetto. Le sue conoscenze sono legate ad un bagaglio di esperienze non necessariamente organizzato in modo sistematico.Ci possono essere ricordi episodici, modelli operativi, competenze empatiche che permettono di facilitare l’inferenza degli stati d’animo degli altri, ci può essere l’abilità nel decodificare la mimica facciale come anche la possibilità di costruire delle vere e proprie regole più generali a cui rifarsi come criterio per comprendere gli stati mentali.

I TROPI: METAFORA E METONIMIA

L’uso della retorica, delle espressioni figurate o tropi, costituisce un ulteriore strumento di cui il pensiero narrativo si avvale per costruire le narrazioni e per fare in modo che queste risultino persuasive.I diversi artifici stilistici possono essere usati per accrescere il valore estetico di un racconto o per esprimere particolari immagini o esperienze che sarebbero difficilmente descrivibili attraverso un linguaggio puramente denotativo.Due tropi hanno una particolare rilevanza per il problema che stiamo analizzando, perché consentono un cambiamento dell’originario senso della parola o dell’espressione linguistica.       Si tratta della metafora e della metonimia.Metafora e metonimia scaturiscono dal fatto che il linguaggio è organizzato secondo due direttrici semantiche: una direzione fondata sulla selezione e sostituzione per somiglianza di certe entità linguistiche (segni, parole, sensi) ed una direttrice basata sulla loro combinazione in unità maggiormente complesse (Jakobson, 1963).

Nella metafora e nella metonimia sostituzione e combinazione avvengono a livello di sensi e non di segni o di parole: per la metafora c’è alla base un processo di selezione e sostituzione di sensi secondo l’asse della similarità; per la metonimia c’è una combinazione, giustapposizione e coordinazione di sensi secondo l’asse della contiguità.La metafora non va confusa con la similitudine infatti, mentre la similitudine crea una rassomiglianza, la metafora sembra stabilire un’identità o un’inclusione. Essa permette l’immissione di significati personali (che necessitano di una condivisione contestuale tra i parlanti) nella comunicazione, e per ciò stesso crea un margine di ambiguità interpretativa.E’ evidente come l’uso della metafora sia importante per lo svolgersi del pensiero narrativo, che si muove su un piano di incertezza ed ambiguità, di concretezza e specificità, di opacità referenziale, che sottolinea l’intensionalità dei significati a scapito della loro estensionalità. Ma oltre a ciò essa è di aiuto ai processi analogici, in quanto può essere considerata come una forma condensata di ragionamento analogico.La metonimia permette una trasformazione del senso lungo l’asse della contiguità o, per meglio dire, della non similarità. Infatti la metonimia comprende la modificazione di tipi diversi di rapporti tra le parole. Questo risulta evidente considerando l’etimologia delle parole. Ad esempio nella parola “Messa” sono coinvolti i rapporti temporali. In “Ite, missa est contio”, missa ha assunto metonimicamente il significato dell’intera funzione religiosa. In questi casi la modificazione dell’asse della contiguità consiste nell’assumere una parte per il tutto.Si nota come la metonimia appaia una figura retorica che sembra, al pari della metafora, riportare il livello del linguaggio su un piano prelogico, in quanto viene violato il rapporto tra le parti ed il tutto.La metonimia costituisce uno strumento importante di cui il pensiero narrativo si serve per tradurre l’astratto nel concreto e per accrescere il valore evocativo e il carattere personale del discorso. Inoltre, mentre l’asse della metafora tende verso la sostituzione di uno stimolo con un altro, l’asse della metonimia tende verso il suo completamento.Se la metafora consente di modificare l’asse paradigmatico del discorso, inserendo forme analogiche concrete e sintetiche, la metonimia modifica l’asse sintagmatico, modificando il rapporto tra le parti ed il tutto.

VALIDAZIONE

Il pensiero narrativo ha le sue procedure di validazione. Esso produce delle storie che sono originate dal modo di costruire la realtà sociale e che devono essere messe alla prova nella stessa realtà sociale. Queste procedure si basano sulla nozione di persuadibilità.

La storia deve persuadere chi la costruisce e chi l’ascolta. Ciò significa che una storia deve apparire verosimigliante in due sensi: deve possedere una sua coerenza interna tale da riuscire convincente per il narratore e deve essere credibile per l’uditorio. Se una storia non viene creduta deve essere corretta.E’ importante distinguere due modi di verifica delle storie, quello predittivo e quello postdittivo.Nella predizione le storie possono essere verificate tramite il normale processo di ipotesi e test della realtà.Nella spiegazione postdittiva, al contrario, le storie non possono essere testate attraverso una prova di realtà perché gli eventi da verificare non possono essere replicati in condizioni controllate.